L’Addolorata e il Venerdì santo a Ceccano


di Stefano Gizzi

A Ceccano il Venerdì Santo, nell’immaginario collettivo e nella vita delle comunità parrocchiali, raggiungeva il culmine della intensità spirituale con una corale e sentita partecipazione. Le Celebrazioni si svolgevano esclusivamente nella Collegiata di San Giovanni Battista alla presenza di tutto il clero cittadino. Al mattino con il canto del Passio e l’adorazione della Croce.
Nel primo pomeriggio la celebrazione delle Tre Ore di Agonia richiamava fedeli da tutta la Diocesi, con uno schema ben collaudato da secoli: le Sette Parole di Gesù Cristo sulla Croce, cantate solennemente e accompagnate dalle riflessioni del predicatore a tale scopo invitato. Spesso si trattava di un Passionista.
Secondo la testimonianza di Rico Gizzi, la parte musicale dell’Agonia e le Sette Parole, in uso a Ceccano nel Novecento, era stata scritta dal Cav. Francesco Palatta, insigne compositore nativo di Castro dei Volsci (1901-1969).

Con la riforma liturgica del 1955 e le successive vicende, la celebrazione delle Tre Ore di Agonia pian piano si dissolse, al punto che già negli anni sessanta non si svolgeva più, lasciando un forte ricordo nostalgico nelle tantissime persone che avevano vissuto con fede e devozione questo appuntamento centrale del Venerdì Santo.

La Solenne Processione della sera del Venerdì Santo, nel suo spirito originario, era essenzialmente una “Processione Penitenziale in Canto”, in cui un ruolo centrale e intenso veniva affidato al canto corale, eseguito dai cori delle Confraternite. È molto probabile che nel Medioevo vi fosse la Processione del Santissimo Crocifisso, come eredità della celebrazione e sacra rappresentazione dei Misteri propria del Venerdì Santo. Carlo Cristofanilli ritrovò una testimonianza sulla antichissima Confraternita del Santissimo Crocifisso in San Giovanni diretta eredità di tali celebrazioni medievali.
La struttura della Solenne Processione oggi nota risale alla fine del Settecento, come ricorda una lettera di Monsignor Alessandro Gizzi, del 17 marzo 1906, in cui loda lo zelo della Confraternita dell’Orazione e Buona Morte che, dalla sua istituzione, la curava direttamente. La Confraternita venne costituita a San Giovanni Battista nel 1794 e nel 1883 si trasferì nel grande oratorio costruito accanto alla Chiesa di San Nicola. Proprietà di questa Confraternita era proprio la Statua della Desolata del Venerdì Santo. È una statua in cartapesta di Scuola Napoletana, di fattura davvero pregevole e molto espressiva.
Il volto dolcissimo, accuratamente definito, con i grandi occhi in cristallo rivolti verso l’Altissimo, traduce il dolore autenticamente sofferto, senza forzature melodrammatiche. È sicuramente una delle più belle e suggestive statue d’Italia. Sulla provenienza della statua è tradizione consolidata che provenga dalle Missioni dei Padri Passionisti, che la utilizzavano durante l’anno in vari posti d’Italia e trasportata in valigia, fino a quando l’abate Monsignor Ottavio Sindici non permise più l’utilizzo fuori dalla Processione del Venerdì Santo a Ceccano. Tutte le testimonianze sono concordi nel descrivere l’atmosfera straordinariamente intensa della serata del Venerdì Santo, che aveva inizio proprio nelle strade adiacenti la Chiesa di San Nicola, con l’arrivo di centinaia di confratelli con il caratteristico abito e cappuccio. Veniva intonato a gran voce lo Stabat Mater con un effetto fonico impressionante e che coinvolgeva tutti i presenti. La statua usciva dal portale dell’ Oratorio della Confraternita dietro la Chiesa di San Nicola, accompagnata da lampade, fiaccole ed infinità di cera. Raggiungeva la Chiesa di San Giovanni Battista, dove il catafalco del Cristo Morto era stato preparato. Sulla Statua del Cristo Morto veniva posto un velo nero spagnolo, messo a disposizione dalla Famiglia Bovieri. Anche il Dottor Giovanni Stirpe raccontò sul clima straordinariamente intenso della sera del Venerdì Santo qui intorno a San Nicola, lui era piccolo e raccontava che arrivavano centinaia di confratelli con il cappuccio nero. Il vestito che ricopre la statua, il cui nome proprio sarebbe la Desolata, è quello originale, con pugnale e corona.


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