I cinquant’anni dello “Statuto dei lavoratori”


La strada fatta e quella da fare

di Antonio Martino* 

È il 20 maggio 1970 quando l’allora Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat firma la legge 300/1970, approvata da Camera e Senato e conosciuta come “Statuto dei lavoratori”, con un titolo che ne spiegava chiaramente gli obiettivi e l’importanza: «Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento». Una pietra miliare del diritto del lavoro, in particolare per quel che concerne la tutela della libertà e dignità dei lavoratori e delle lavoratrici e della libertà sindacale. La persona lavoratore e la contrattazione sindacale trovavano finalmente la giusta dignità giuridica e i fondamenti costituzionali applicazione anche sui posti di lavoro. Si sanciva che la presenza dei sindacati sui luoghi di lavoro fosse la migliore garanzia dell’effettivo rispetto della personalità del lavoratore.
Un traguardo importante di una corsa non ancora conclusa.

Senza andare troppo indietro nel tempo, basta il recente passato, dietro lo Statuto del lavoratori ci sono anni di lotte durissime che hanno diviso le piazze del nostro Paese e le aule del Parlamento. Gli interessi in gioco erano (e sono ancora) molti. Ma un principio alla fine prevalse: esiste la Costituzione della Repubblica la quale garantisce a tutti i cittadini, lavoratori compresi una serie di diritti che nessun padrone ha il potere di sopprimere o di sospendere. Non c’è e non ci può essere nessuna legge la quale stabilisca che i diritti democratici garantiti dalla Costituzione siano validi per i lavoratori soltanto fuori dal posto di lavoro.

È proprio per questo che la legge 300/1970 è la fonte normativa più importante dopo la Costituzione in materia di libertà ed attività sindacale.
La sua prima parte (artt. 1-13) è dedicata alla libertà e dignità del lavoratore: libertà di opinione politica, religiosa etc., tutelando il lavoratore da discriminazioni dovute a ragioni ideologiche; divieto di controllare a distanza i lavoratori e di utilizzare Guardie giurate per vigilare sull’attività lavorativa; disciplina delle modalità di svolgimento degli accertamenti sanitari sul lavoratore e limitazioni di perquisizioni personali; regolamentazione del potere disciplinare. Il titolo II (artt. 14-18) ha la funzione di garantire il rispetto delle libertà sindacali, riconosciuta in linea di principio dall’art.39 Cost. I titoli III e IV (artt. 19 – 32) contengono una serie di misure di sostegno delle attività sindacali. Il titolo V (artt.33 – 34) è dedicato alle norme sul collocamento e infine ci sono le disposizioni finali e penali. Un’articolazione completa che ha mantenuto la sua organicità,  rilevanza ed efficacia nonostante i tre referendum abrogativi del 1995 (sull’ art. 19), del 2000 e del 2003 (sull’art. 18, il secondo dei quali nei fatti estensivo).

Sicuramente questo sarà un compleanno triste per lo Statuto dei lavoratori vista l’emergenza Covid-19 e le sue conseguenze. In tanti rischiano la perdita del lavoro e di certo sono già in atto modificazioni del lavoro e dei rapporti di lavoro, per altro già all’attenzione dei sindacati. Pensiamo, ad esempio, all’estensione dello smart working e alle problematiche che esso comporta.

Difendere lo Statuto dei lavoratori non è stato semplice nel corso di questi cinquant’anni e non lo è oggi alla prova delle novità del tempo. Nonostante esso si faccia tutore didiritti che ogni paese civile dovrebbe ormai aver acquisito e che sono radicati nella nostra cultura giuridica. Se il nostro Stato può definirsi democratico è perché esso si basa su principi Costituzionali saldi e garantiti e su leggi “fondamentali” come lo Statuto dei lavoratori.

È nel diritto (e nel dovere) di ciascuno richiedere l’applicazione delle leggi dello Stato e difendere i principi costituzionali su cui esse si fondano. In questo senso di strada ce n’è ancora molta da fare. Lo Statuto dei lavoratori chiede ancora di essere applicato a pieno e per tutti, in ogni luogo di lavoro e per ogni lavoratore e lavoratrice. Piaghe come: il caporalato, lo sfruttamento ignobile dei lavoratori siano essi migranti o italiani, in agricoltura e non solo, spesso trattati in maniera letteralmente disumana e costretti a vivere in baraccopoli da quarto mondo, le molestie e le violenze di ogni sorta che tante donne subiscono sul posto di lavoro, i contratti di lavoro fasulli o fittizi, le lettere di dimissioni fatte firmare in bianco al momento dell’assunzione, le “buste paghe alleggerite”, formalmente corrette ma nella realtà con parte del dovuto “trattenuto” dal datore di lavoro, il vero e proprio lavoro spacciato come “formazione al lavoro” e pagato come tale, ed altro ancora.

Non abbassare la guardia e non tacere davanti ai soprusi e alle violazioni della legge sia il nostro impegno personale e comunitario. Perché le lotte e i sacrifici di chi ci ha preceduto non siano vanificate.

*Addetto stampa della Presidenza nazionale di Ac e responsabile di azionecattolica.it

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