L’arte di naufragare


di Alessandro D’Avenia

Per le fredde strade di Milano un ragazzo rivolge a tutti i passanti un sonoro: «Buongiorno!». La gente, di fretta, lo ignora, finché a un tale, che gli chiede perché lo abbia salutato dato che non si conoscono, dice: «Per dirle veramente buongiorno». Per tutta risposta l’altro lo manda a quel paese. È una scena di Miracolo a Milano, bellissimo film di Vittorio De Sica del 1951. Tra il buongiorno del ragazzo e il vaffa del passante c’è il nostro Paese, esteriore e interiore: rendere agli altri la vita migliore o peggiore, con la nostra presenza. Privandoci delle cose superflue a cui ci aggrappavamo come fossero necessarie, la pandemia ci sta mostrando ciò che definisce il valore di una vita: la somma di amore che sa ricevere e dare. Possiamo fare a meno del calcio ma non delle madri, possiamo fare a meno delle cene fuori ma non degli infermieri, possiamo fare a meno delle aule ma non degli insegnanti… È necessario chi fa spazio dentro di sé all’altro e gli permette di esistere un po’ di più: con un buongiorno, una telefonata, un «come stai» sincero (che significa dire, dopo aver ascoltato la risposta: «Raccontami perché»). Come fare ad avere, per persone e situazioni, questa apertura che libera le energie creative imprigionate dall’indifferenza, dall’abitudine o dalla tristezza?

C’è uno strano romanzo del 1912 che lo racconta: Uomovivo (Manalive) dello scrittore inglese G.K.Chesterton. Innocent Smith, il protagonista, è un uomo che ha il potere di risvegliare tutti dai grandi nemici della vita (noia, tristezza, abitudine, pigrizia, paura…), perché sono la morte in vita. Lui invece è follemente «vivo», perché sa godere di tutte le cose per cui molti hanno smesso di gioire, non riuscendo più a riconoscerle come fonte di felicità «a portata di mano». E come ci riesce? Facendo, in ogni situazione, la parte del naufrago: «Solo quando si naufraga davvero, si trova ciò che si vuole davvero. Quando ci si trova davvero su un’isola deserta, ci si accorge che non è affatto deserta. Se ci trovassimo nel nostro giardino, sotto assedio, scopriremmo centinaia di specie di uccelli e di bacche di cui non ci siamo mai accorti. E se fossimo barricati in stanza a causa della neve, ci precipiteremmo a leggere i libri che stanno sugli scaffali e di cui non c’eravamo accorti». Grazie all’arte di naufragare, Innocent, ogni giorno, si innamora della moglie e si stupisce di tutto quello che ha e gli capita. Il suo segreto è «ricevere» (dal latino: prendere di nuovo, cioè come nuovo) tutto, come un regalo o, come diceva mia nonna, un «presente». Ma per ricevere il «presente» bisogna accettarlo: a scatola chiusa. A renderci vivi è l’apertura rischiosa e fiduciosa a persone e situazioni, perché la vita sgorga e si libera solo quando la scegliamo senza limitarci a subirla. Innocent lo scopre a 18 anni ribellandosi al suo amato professore di filosofia che, in una lezione, aveva detto che la morte è la liberazione da questa vita così infelice. Il ragazzo capisce che, se è vero, dovrà per coerenza suicidarsi: se la vita è infelicità perché continuare a vivere? Allora decide di mettere alla prova il suo maestro. Lo porta alla finestra e lo costringe a scegliere: saltar giù, coerentemente con quanto ha affermato, o fare un atto di fede nella vita, comprese le tende a pois che il professore riteneva l’evidenza della bruttezza della vita. Messo alle strette, egli sceglie di vivere: rispetto al nulla tutto diventa bello e, se non lo è, tocca a noi cambiare occhi e far qualcosa: magari anche solo cambiar le tende… La ricetta di Innocent tiene al riparo dal pessimismo (andrà tutto male) e dall’ottimismo (andrà tutto bene), che offuscano la vista e paralizzano l’azione. Non è un ingenuo, sa che la vita è anche fatica e angoscia, ma invece di scappare, ribellarsi a parole o lamentarsi invano, Innocent re-agisce, cioè agisce creativamente: lotta per ricevere e riparare il mondo anche in modo folle, come quando punta la pistola contro un uomo disilluso, che non vuole più festeggiare il proprio compleanno. Per Innocent quell’uomo è già morto e sparargli potrebbe avere l’effetto contrario: aprirgli gli occhi su ciò che non vede più e, quindi, riportarlo in vita…

Il virus sta facendo la parte dell’Uomovivo: è il naufragio che ci ha aperto gli occhi su balconi, cucine, riti e relazioni quotidiane, mostrandoceli come un approdo. Solo se mi ci aggrappo come un naufrago, il presente diventa, da isola deserta, luogo delle concrete possibilità date alla vita per fiorire. Non è un illusorio «penso positivo», ma un coraggioso «prendo posizione»: le potenzialità delle situazioni si scoprono solo se le «riceviamo» come si fa con i regali. Dire e dare il buongiorno a tutto è un rischio capace di trasformare il quotidiano in «presente», come fa il ragazzo del film, come faceva il maestro Bosso, che conosceva bene l’arte di naufragare, il segreto per essere vivo.

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