Bergamo, la Val Seriana e la tragedia del Covid: un po’ di storia


di Davide Maria De Luca

da Il Post – Nell’immaginario collettivo, Codogno e Vo’ sono “i luoghi dove tutto ebbe inizio”, i punti di partenza di un’epidemia che dal 21 febbraio sarebbe dilagata nel Nord Italia per poi diffondersi, meno aggressivamente, nel resto del paese. Codogno e Vo’ furono dichiarate “zone rosse” quasi immediatamente per provare a contenere il contagio, una scelta che sul momento fu giudicata troppo drastica da alcuni, ma che si rivelò utile per abbattere il numero di nuovi casi nella zona. Altrove, le cose andarono molto diversamene, come dimostra il caso della Val Seriana.

La Val Seriana è il centro produttivo della provincia di Bergamo, area di scambi e spostamenti continui verso il capoluogo e gli altri centri vicini. Qui, l’inizio dell’epidemia da coronavirus fu registrato il 23 febbraio, un paio di giorni dopo Codogno, quando risultarono positivi ai test due pazienti ricoverati presso l’ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo, il centro più importante della zona.

I pazienti erano due anziani provenienti dai vicini paesi di Villa di Serio e Nembro e avevano attraversato in lungo e in largo la struttura ospedaliera, prima che si scoprisse che erano malati di COVID-19. La direzione dell’ospedale ordinò la chiusura del pronto soccorso e l’isolamento dell’intera struttura, mentre i due pazienti erano stati trasferiti al più grande e attrezzato ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Il 24 febbraio l’ospedale di Alzano riprese le normali attività, mentre era iniziato il lavoro di prelievo dei campioni di saliva dal personale e dai pazienti, entrati in contatto con i due casi positivi, uno dei quali era morto nella notte dopo il trasferimento a Bergamo. 

Nella settimana seguente, alcuni politici e amministratori locali cercarono di minimizzare l’emergenza, spiegando che misure restrittive troppo severe avrebbero potuto danneggiare l’economia locale. Il presidente della sezione locale di Confindustria, per esempio, sostenne la necessità di evitare il messaggio per cui la regione fosse “chiusa per coronavirus”. Intervenne anche la Regione Lombardia, dicendo di non avere intenzione di istituire una zona rossa ad Alzano Lombardo, come era avvenuto per Codogno. 

Tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo iniziarono a diventare evidenti le reali dimensioni del contagio in Val Seriana. Con l’arrivo dei risultati di centinaia di test realizzati nei giorni precedenti, la provincia di Bergamo arrivò a 508 casi rilevati, pochi meno dell’intera zona rossa intorno a Codogno, dove i contagi erano 621. Lo stesso giorno, l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) inviò una nota al comitato tecnico scientifico del governo per il coronavirus, raccomandando l’istituzione di una nuova zona rossa all’imbocco della Val Seriana, in modo che comprendesse i comuni di Alzano Lombardo e Nembro. 

Solo il giorno dopo, quando la provincia di Bergamo superò quella di Lodi per nuovi casi positivi, la Regione Lombardia disse di stare valutando la costituzione di una nuova zona rossa alludendo a un confronto con l’ISS, che però si era già espresso per lo meno con il governo il giorno prima sullo stesso tema. Mentre l’ospedale principale di Bergamo iniziava a faticare ad accogliere tutti i nuovi malati di COVID-19, il 5 marzo l’ISS tornò a suggerire la creazione della zona rossa. 

Non se ne sarebbe fatto nulla perché, a quasi una settimana dalle prime valutazioni sulla necessità di isolare parte della Val Seriana, il 7 marzo il governo nazionale finì per estendere le restrizioni sugli spostamenti a tutta la Lombardia, abbandonando la strategia delle zone rosse per istituire una più ampia zona di quarantena, simile a quella che sarebbe stata poi applicata in tutta Italia. 

Abbiamo parlato con una dozzina di medici, operatori sanitari e abitanti della Val Seriana per ricostruire che cosa accadde in quei giorni, quando le attenzioni erano orientate verso Codogno e stavano evidentemente sfuggendo altre evoluzioni altrove. Sono informazioni preziose per capire che cosa sia andato storto e per spiegare in parte i quasi diecimila casi nella provincia di Bergamo, dove continuano a morire ogni giorno decine di persone a causa dell’epidemia. 

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