Chi salva una vita salva il mondo, i giusti ai tempi del coronavirus


di Simone Morandini, teologo

È una fase senza precedenti quella che l’Italia sta vivendo in questi giorni, un momento di sofferenza e di paura, per molti e per molte.

La prima parola allora non può che essere un grazie a tutti coloro che si stanno spendendo giorno e notte per far fronte al contagio del nuovo coronavirus e contenerne l’impatto. «Chi salva una vita salva il mondo», afferma un detto della tradizione ebraica, e mai come in questi giorni ne apprezziamo il significato.

Altrettanto apprezzabile l’enorme sforzo di chi è chiamato ad assumere misure per coordinare tale azione, per mettere a disposizione le risorse necessarie, per assumere le scelte – talvolta difficili – che occorre fare.

E con pari fiducia guardiamo a chi senza riserve opera sul fronte della ricerca, per capire il fenomeno e individuare soluzioni efficaci per contrastarlo.

Tutti impegnati

Quello che forse non è a tutti chiaro è che in questa vera e propria «battaglia per la vita» siamo in questo momento tutti/e impegnati/e (anche se certo non tutti in prima linea, come tanti medici e infermieri). I comportamenti di ognuno e ognuna di noi contribuiscono – più o meno ampiamente, più o meno direttamente – alla diffusione o meno del virus; possono alleviare o aggravare i rischi cui esponiamo altri e il carico che pesa sulle spalle di medici e sanitari.

Mai come oggi ci si fa chiaro il significato dell’ecologia integraletutto è connesso, anche gesti e azioni che a prima vista possono apparire del tutto separati! Agire per contenere il virus significa quindi oggi limitare gli spostamenti a ciò che è necessario (anche se il significato della limitazione può non apparire immediatamente evidente); significa rimandare l’incontro con un amico/a a un altro momento (magari approfittando del telefono o di Skype per salutarlo/a); significa invece rendersi disponibili per fare la spesa a un anziano solo, evitandogli l’esposizione a rischi.

Significa anche, soprattutto, assumere il punto di vista del bene comune: i nostri comportamenti non possono essere orientati solo all’immediata tutela della salute propria o dei propri cari, ma mireranno alla riduzione del rischio di contagio per tutta la popolazione. Perché il vero rischio non è tanto quello di essere personalmente toccati dal virus (in effetti la probabilità per il singolo in buona salute non è alta), quanto quello di veder collassare il sistema sanitario, con rischi davvero gravi per la salute di tutti (specie chi dal virus non è direttamente toccato, ma ha altre vulnerabilità).

La priorità è insomma quella di tutelare il bene comune, perché da esso dipende anche la possibilità di vivere bene anche le nostre esistenze personali. Evidentemente tale approccio avrà un impatto sull’economia, ma la scelta – che siamo chiamati a condividere e fare nostra – è quella di privilegiare per il momento una priorità più immediata e più alta.

Spicca in tal senso – in negativo – quanto accaduto nella serata di sabato 7 marzo: chiunque l’abbia orchestrata, la diffusione di notizie circa il contenuto del decreto governativo in preparazione è stata davvero un pessimo esempio di collaborazione al bene comune. Altrettanto inaccettabile la reazione di chi ha scelto di fuggire in anticipo dalla zona rossa che si andava preparando, «esportando» così rischio in aree a essa esterne. Davvero dobbiamo ancora apprendere un’etica civile, che indicherebbe ben altre linee di comportamento.

Comunità ecclesiali

A un contributo importante in tale direzione sono chiamate in questo momento le comunità ecclesiali. Preziosa pervasiva rete di significato che attraversa il paese intero, anch’esse sono chiamate a reinventare scelte e linee di comportamento, per contribuire attivamente alla lotta al coronavirus con le loro parole e le loro pratiche.

Anche per esse, infatti, vengono meno modelli che potevano valere in fasi precedenti della vita comune (grandi celebrazioni e cerimonie di preghiera per invocare la guarigione, momenti di riflessione condivisa per sostenersi a vicenda). Oggi sappiamo che simili gesti contribuirebbero solo a diffondere ciò che si vorrebbe esorcizzare e per questo scegliamo responsabilmente di astenercene. Una scelta responsabile, va sottolineato: non una costrizione imposta da malevoli poteri esterni – cui ci si sottometterebbe perché costretti o che bisognerebbe invece cercare di contrastare – ma una consapevole e attiva assunzione di responsabilità per il bene comune.

La valorizzazione della tecnologia ci permette tra l’altro oggi di stare connessi anche a distanza; la preghiera e l’ascolto della Parola si possono fare anche in tali forme, senza mettere a rischio preziosi beni comuni. 

Ci manca certo la celebrazione condivisa dell’eucaristia, ma si tratta di un tempo limitato; per ora il Vangelo ci basta, mentre testimoniamo anche con la rinuncia la nostra passione per la vita personale e il bene comune.

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