Il male che diventa bene


di Luigi Maria Epicopo

“«Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione»”. Come si fa a convincere che il male in realtà è un bene? Attraverso la strategia della paura. Basta insinuare una paura nella mente e nel cuore di qualcuno o di un popolo, e subito cose che prima erano considerate sbagliate, d’un tratto trovano una giustificazione. È con questo tipo di strategia che si fa spazio nei contemporanei di Gesù l’idea sempre più forte di ucciderlo. Ma lungi da noi pensare che noi siamo migliori. Basta guardare le nostre vite per accorgerci di quanto potere diamo alla paura e a ciò che essa ci suggerisce. Ad esempio la paura di soffrire ci dice che non dobbiamo permettere a nessuno di entrare troppo nel nostro cuore, e così commettiamo interiormente un delitto contro ogni tentativo di amore, ma ci diciamo che è “per una causa buona”. Con ragionamenti così hanno portato Gesù in croce. “Ma uno di loro, di nome Caifa, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo”. Il Signore ha sempre la capacità di riempire di un significato profondo le cose, anche le più sbagliate, ma ciò non toglie nessuna responsabilità alle nostre azioni. Qualcuno nei secoli ha ingenuamente detto “bisognerebbe dire grazie a chi a condannato Gesù, perché così ha potuto donarci la resurrezione”. Ma a me verrebbe più da dire che bisogna ringraziare Dio che nonostante quella condanna a morte ha saputo tirare fuori una storia di salvezza. È così anche per il male della nostra vita, ma questo deve spingerci a convertirci e non a giustificarci.
(don Luigi Maria Epicoco, su Gv 11,45-56)

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