Kaltuma, una storia di ordinaria umanità


migr1di Marzia Bianchi

Poco più di un anno fa un mio amico mi disse che c’era una ragazza che aveva tanta voglia di studiare e cercava qualcuno che la aiutasse soprattutto con la lingua italiana e matematica.
È stato così che ho conosciuto Kaltuma.
Mi sono offerta volontaria per aiutarla e come spesso accade quando mi avventuro in qualcosa, la mia famiglia ha iniziato a camminare accanto a me.
Mia sorella l’ha aiutata a studiare grammatica, matematica, scienze. Americo è stato un paziente maestro di storia dell’arte che usava spesso parole troppo difficili.
Mia madre ha spaziato da storia a italiano, da matematica a informatica.
Per mia nonna invece, da buona ciociara, l’unica cosa fondamentale era assicurarsi che avesse mangiato.


Ogni giorno Kaltuma prendeva l’autobus la mattina presto, veniva a Ceccano e aspettava che qualcuno di noi le desse una mano. La sera la riaccompagnavamo nella casa d’accoglienza che la ospitava e con il trascorrere dell’estate, a turno, inventavamo mille scuse per salutarci il più tardi possibile perché dirsi ciao era sempre un po’ triste.
L’abbiamo aiutata a scegliere la scuola superiore e il primo giorno ero più emozionata di lei.
Dopo qualche mese io e Americo abbiamo chiesto di accoglierla in famiglia ed è stato tutto molto “naturale”, senza clamore.
Come quando nella vita conosci qualcuno e scatta subito la “simpatia” o l’antipatia anche, dipende. Con alti e bassi, come in tutte le convivenze. Coscienti che le nostre radici affondano in due culture profondamente diverse e questo è stato motivo di confronto, incomprensione a volte, e tanto arricchimento. È come fare un viaggio, sono una di quelle che agli hotel di lusso preferisce ‘la casa particular” e fermarsi a chiacchierare con la gente per strada.
Che poi chi lo sa come andrà a finire?
Ma non si sa mai eh, mica solo con Kaltuma. Questo è il bello.

Ne sono successe tante durante questi mesi. Dall’idiota che le ha fatto volare il libro mentre era seduta a leggere su una panchina, all’autista che le ha fatto credere che si sarebbe fermato in centro a Ceccano e poi l’ha fatta scendere in piena campagna a Castro dei Volsci. Il porco sessantenne che alle 3 di pomeriggio, a Ceccano, le ha chiesto di fare un giretto. Gli insulti gratuiti e chissà quante altre cose che non mi ha raccontato perché come dice lei “Marzia poi fa il problema”.
Alcuni sguardi però li ho intercettati personalmente e corrisposti con l’accompagnamento del dito medio.

Qualcuno ha pensato che prendessimo quei famosi 35 euro al giorno per ospitarla. Perché in un’epoca in cui tutto ha un costo, anche volersi bene pare che debba avere un prezzo.

Altri mi hanno consigliato di non affezionarmi troppo ‘che questi non so come noi’. Altri ancora alle ultime elezioni hanno votato per la Lega e il giorno dopo mi hanno chiamato per dirmi che avevano preparato una busta di vestiti.
La mente umana è contorta e perversa.
Noi ormai su molte cose che all’inizio ci ferivano, riusciamo a scherzarci perché affianco alle brutture ci sono state e ci sono tante belle parentesi.
La curiosità e il senso di ‘protezione’ da parte di alcune compagne di classe.
Gli spaghetti con le vongole!
La prof di italiano che mi dice che è stata l’unica a sapere cosa significasse antropomorfo (so soddisfazioni!)
Lei che mi rimprovera perché uso troppo curry, io che la rimprovero perché mangia troppa Nutella.
La compagna di classe che dice “se quest’anno non ci fosse stata lei non avrei saputo a chi copiare” (so soddisfazioni? Un po’ si).
Aver festeggiato per la prima volta il compleanno.
Tutte le volte che chiama “mio fratello”, mio fratello!
La prima mostra, quella di Klimt. E poi Turner, che secondo lei era proprio scarso. Mica come Monet.
La prima volta che ha visto la neve.
Io che ho fatto tutto il lavoro di bassa macelleria e Americo che ha raccolto i risultati al colloquio con i docenti (però so soddisfazioni pure queste!)
Il fatto che adesso riesce a parlare con noi guardandoci negli occhi, senza avere paura.
La pagella.

Potrei raccontare mille storie legate alla sua vita personale da farvi contorcere le budella ma anche se su Instagram siamo una specie di sit-com somalo/ciociara, nella vita “reale” credo che non dovremmo avere bisogno di vedere sangue, ferite e cicatrici per provare empatia.

Ecco, anche per tutto questo, non riesco a non pensare alle persone morte in mare. Alle altre portate al macello in Libia. Chissà quante ‘Kaltume’ c’erano a bordo. Della stessa età di Cecilia, con la passione per la musica come Giovanna, sveglie come Alice.

State attenti quando commentate le notizie del giorno ad alta voce o su questa fogna di facebook. Quando vi affidate alle bufale invece di andare a cercare voi stessi la verità. Guardate qualche documentario, aprite qualche libro di storia (sappiate che non mordono), fermatevi a parlare con questi ragazzi. Perché i vostri figli potrebbero diventare dei mostri peggiori di voi oppure potrebbero un giorno trovarsi al posto di Kaltuma. E tra le due non so quale sia l’ipotesi peggiore.
Perché io posso coccolarla e stringerla forte, per ore, con la consapevolezza però che non colmeró mai quel vuoto, perché in un mondo “normale” dovrebbe essere a casa con sua madre e sentirsi al sicuro lì, come tutte le ragazzine della sua età.

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