di Mattia Diletti
A maggio George Packer, giornalista del New Yorker, scriveva: “Quest’anno, probabilmente, i democratici non avranno bisogno dei voti della working class bianca per vincere. I trend demografici favoriscono il partito, come la scelta di quella persona gonfia e odiosa compiuta dai repubblicani. Allo stesso tempo, però, il candidato democratico non può permettersi, né politicamente né moralmente, di escludere questi americani. Essi hanno bisogno di una politica che offra risposte oneste alle loro legittime richieste e li aiuti a smettere di procedere in direzione dell’autodistruzione”. La previsione era sbagliata, il giudizio su Trump anche: era però profetica la preghiera di occuparsi della classe operaia e del ceto medio declinante bianco, in particolare di quello acquartierato in quella che ormai anche in Italia chiamiamo Rust Belt, la “cintura della ruggine”, arrugginitasi già da qualche decennio. Grazie al web siamo già stati inondati di analisi del post-voto (qui una delle più interessanti in italiano, quella di Mario Del Pero, e qui una delle più profetiche, quella di Michael Moore di qualche mese fa).
Scopri di più da Pietroalviti's Weblog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
Lascia un commento