di don Marco Pozza
Erano numeri di un azzurro incancellabile: l’Inferno rubò al Cielo il colore che gli era proprio. Non più nomi propri, ma numeri incisi indelebili nelle carni, come sulla pelle di bestiame grasso portato a spasso per i campi: «Nulla è più nostro – scrive Primo Levi in Se questo è un uomo -. Ci hanno tolto gli abiti, le scarpe, anche i capelli. Ci toglieranno anche il nome: se vorremo conservarlo, dovremo trovare in noi la forza di fare sì che qualcosa di noi, quali eravamo, rimanga». Numerati, spogliati, creature nude, pecore da macello sotto il cielo arruffato di un lembo di Polonia: nessun uomo tristo potrà reggere la vista di una coscienza innocente. Auschwitz: il nome perfido, nome-non-più-nome, la terra dove l’uomo s’azzardò di ordinare il mondo uscendo dalle prospettive di Dio. E’ difficile per la lingua arrischiare parole di chiarimento, per la mente afferrarne il senso minimo, anche solo gettarle sulla carta. E’ materia di poeta, anche se dopo Auschwitz la poesia zoppica, vive uno stato d’affanno, è preda di Lucifero che le prova tutte per farla diventare prosa, non-più-poesia. Incapace di suscitare scompiglio.
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