Continua il dibattito sulla categoria di ricerca nativi digitali (categoria euristica appunto) Esistono, non esistono… Ecco un interessante intervento di Paolo Ferri, dell’Università Bicocca di Milano
Recentemente, è stato ripreso sul Web, con un certo successo, un vecchio (2013) e fortunato articolo (trentaseimila like su Facebook e duemilaseicento condivisioni on-line) per Agenda digitale di Paolo Attivissimo Per favore non chiamiamoli nativi digitali che, riprende la vecchia polemica sull’esistenza o meno dei “nativi digitali”. Ho contribuito a suscitare questo dibattito in Italia con il mio Nativi digitali (Bruno Mondadori, 2011) e dopo 5 anni dall’uscita di questo volume sono ancora convinto della validità euristica della “categoria” coniata a suo tempo da Mark Prensky (Prensky, 2001). Facciamo il punto della situazione. Quando Prensky ha introdotto il termine il dibattito è stato subito acceso e si è concentrato sulla presunta infondatezza scientifica di questa definizione, sulla difficoltà di collocare il punto il punto di “faglia” nativi e immigranti digitali, sulla cosiddetta “ignoranza” dei nativi digitali, ma soprattutto sull’incomprensione delle reali intenzioni Prensky. Lo studioso americano ha coniato questa fortunata metafora con l’intenzione di segnalare la profonda discontinuità che comporta il nascere e crescere in un mondo dove Internet è sempre esistito, e dove, ad esempio, la scrittura a mano ha radicalmente perso centralità tanto quanto lo hanno fatto i dischi di vinile rispetto agli Mp3. Un mondo che ha abbandonato la Galassia Gutenberg (Ferri, 2004) e dove gli schermi interattivi sono la norma e non l’eccezione.
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