Famiglia Cristiana pubblica nel suo ultimo numero un brano del libro in cui il card. Dziwizs, segretario di papa Giovanni Paolo II, racconta le ultime ore di Karol il Grande
Sapendo che per lui si stava approssimando il tempo di passare all’eternità, d’accordo con i medici aveva deciso di non recarsi all’ospedale ma di rimanere in Vaticano, dove aveva assicurate le indispensabili cure mediche. Voleva soffrire e morire a casa sua, rimanendo presso la tomba dell’apostolo Pietro.
L’ultimo giorno della sua vita – sabato 2 aprile –si congedò dai suoi più stretti collaboratori della Curia romana. Presso il suo capezzale continuava la preghiera, a cui partecipava, nonostante la febbre alta e un’estrema debolezza. Nel pomeriggio, a un certo momento disse: «Lasciatemi andare alla casa del Padre». Verso le ore 17 furono recitati i primi Vespri della seconda domenica di Pasqua, cioè della domenica della Divina Misericordia. Le letture parlavano della tomba vuota e della Risurrezione di Cristo, ritornava la parola: «Alleluia». Al termine fu recitato l’inno Magnificat e la Salve Regina. Il Santo Padre più volte abbracciò con lo sguardo i presenti del
suo più stretto ambiente e i medici che vegliavano accanto a lui. Dalla piazza San Pietro, dove si erano radunate migliaia di fedeli, specialmente di giovani, giungevano le grida: «Giovanni Paolo II» e «Viva il Papa!». Udiva quelle parole. Sulla parete di fronte al letto del Santo Padre era appesa in un quadro l’immagine di Cristo sofferente, legato con le corde: l’Ecce Homo, che con lo sguardo egli fissava continuamente durante la sua malattia.
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