Il mio concilio, un vescovo racconta


concilio-vaticano-iiIL “MIO” CONCILIO VATICANO II “UNA MEMORIA LIBERA”

di S.E. Mons. Luigi Conti

Il Centro Culturale San Rocco mi chiede una pagina sul “mio” Concilio. Rinuncio in partenza ad addentrarmi nel profilo teologico dei documenti. I nostri docenti dell’ITM hanno ampiamente studiato e trasmesso, fin dall’immediato postconcilio la ricchezza di quei testi. Recentemente, per esempio, E. Brancozzi nel suo “Un popolo nella storia” (Cittadella Editrice, marzo 2015) offre “uno strumento agile che aiuta a riscoprire alcuni testi del Vaticano II come uno scrigno ricco di tesori preziosi affidati alle Chiese locali e ai singoli battezzati”. Sento invece il bisogno di rendere testimonianza. Sarebbe sufficiente dire che lì, dentro il Concilio, sono nato come presbitero. Infatti gli anni della mia formazione teologica sono stati nutriti sì dai manuali classici ma, simultaneamente hanno respirato l’innovazione che il Concilio stava conc2introducendo nella Chiesa, non solo ad intra ma anche, e soprattutto, nel dialogo con il mondo. Dopo di che il magistero conciliare ha accompagnato integralmente il mio ministero presbiterale ed episcopale. I miei 50 anni di Messa coincidono con i 50 anni dalla fine del Concilio. Parto da un curioso ricordo personale: l’ultimo Vescovo di Urbania, mia diocesi di origine, Monsignor Giovanni Capobianco mi chiese di accompagnarlo durante la terza sessione che si protrasse da metà settembre al 21 novembre 1964. Ero allora seminarista studente al terzo anno di teologia. Che cosa facevo io, intimidito chierico, tra tanti big della Chiesa universale? Semplice: custodivo il mio anziano Vescovo e durante le sedute conciliari stavo, con altri seminaristi e dipendenti vaticani, tra i “tubi innocenti” sotto le impalcature della navata di San Pietro dove sedevano i 250 Vescovi. Provenienti da tutto il mondo, con la mitria bianca sul capo o rivestiti dell’abito corale, essi ascoltavano attentamente il Papa – talvolta “soffocato” dal triregno (abbandonato poi da Paolo VI) – o i diversi relatori o il Segretario generale Mons. Pericle Felici, fra l’altro Direttore spirituale al Seminario Romano Maggiore.

Di lui, recentemente, è stato pubblicato il “Diario conciliare” a cura di Mons. Agostino Marchetto. Lì sotto preparavo il caffè o l’uovo sbattuto, poiché i Vescovi seppur sobri non disdegnavano la “pausa caffè”, in quello che alcuni, con fare divertito, chiamavano il “Bar Jona”. È stata per me una vera esperienza di “partecipazione al Concilio” – infatti molto si discuteva e decideva fuori delle sedute ufficiali, nelle case religiose dove i Vescovi erano ospitati – e ne ho ricavato una grande passione per questa Chiesa dal volto coraggioso. Il mio Vescovo che era nato nel 1879 e aveva compiuto 85 anni. Uscì “arrabbiatissimo” da quella sessione e denunciò il Concilio come “eretico” perché proponeva ai Vescovi di lasciare la diocesi a 75 anni: si ribellava al “divorzio” dalla sua amata sposa. Qualche mese dopo compiva il suo cammino terreno, fedele fino all’ultimo respiro alla sua sposa, ed io ero accanto a lui. Ho vissuto, dal 1965 al 1996, tutto l’arco del mio presbiterato a Roma: più di tre decenni di cui il primo nel servizio alla Santa Sede, un secondo come parroco nella periferia est della città e il terzo come formatore in Seminario. Queste tre forme di ministero mi hanno aiutato ad assimilare il rinnovamento voluto dal Concilio in una Chiesa, quella che “presiede all’agàpe (alla comunione delle Chiese) secondo Ignazio di Antiochia (Rom I, 1), che non presentava, nell’immediato postconcilio, i tratti di una “Chiesa particolare”. Questi tratti cominciarono a 2 prendere forma con l’episcopato del Cardinale Ugo Poletti il quale ha compiuto il “miracolo” di fare di Roma una vera Chiesa locale. E così Papa Francesco ha potuto presentarsi dalla “loggia” come “Vescovo di Roma venuto dalla fine del mondo”. Oggi riconosco che durante il decennio di servizio alla Santa Sede, pur avendo letto e riletto i documenti del Concilio, ben poco ne ho assimilato la profezia, fino a quando il Card. Poletti mi volle parroco a Tor de’ Schiavi. Divenuto “presbitero romano”, insieme alla mia gente di periferia, ho compreso meglio il Concilio come dono e impegno e ne ho scoperto la potenza innovatrice delle grandi Costituzioni: non solo della Sacrosanctum Concilium anche se celebravo in lingua italiana e con l’altare rivolto al popolo, ma piuttosto della Lumen gentium e della Gaudium et Spes. Tuttavia ho subito amato soprattutto il Decreto Ad Gentes e la Dei Verbum nella scoperta del primato della Parola, nella Lectio personale e comunitaria, come luogo di attrazione per il nutrimento e rinnovamento della fede. Oggi un apprezzamento del Concilio può sembrare scontato ma il punto di partenza, almeno a Roma, era iscritto nella logica del primo Sinodo diocesano quando, durante la solenne inaugurazione del Sinodo Romano (24 gennaio 1960), (San) Giovanni XXIII diceva fra l’altro: … “Arrivati a questo punto del Nostro dire, Ci occorre farvi un rilievo, venerabili Fratelli e diletti figli. Il Sinodo Diocesano imminente è una riunione di ecclesiastici, e solo di ecclesiastici appartenenti al clero diocesano secolare e regolare. Allorché le operazioni del Sinodo si inizieranno, la voce di un prelato inviterà tutti i laici ad uscire: Exeant omnes, come a segnare le demarcazioni nette nella Chiesa di Dio fra il clero e il popolo. Forse che ciò significa frattura e separazione fra il clero e i fedeli: fra i sacerdoti ed i laici? Per nulla affatto: nessuna separazione. Ma questo vuol essere ricordato. La Chiesa Santa di Cristo è una società perfetta … Trattandosi di un organismo vitale, tutto vi è congegnato con tale apprestamento e qualificazione di elementi e di istrumenti, da corrispondere alle finalità soprannaturali, le quali toccano la terra, ma si adergono verso i cieli eterni. Ciò comporta una distinzione netta fra il clero ed il popolo: distinzione non separazione. Al clero spetta una funzione direttiva e santificatrice di tutto il corpo sociale, per cui occorre una chiamata, una vocazione divina, una consacrazione. Il popolo cristiano è invitato alla stessa partecipazione di grazia celeste. Ma la distribuzione di questa grazia il Signore, il Signore Gesù, Verbo di Dio fatto uomo per salvare il mondo intero, è al sacerdozio che l’ha affidata, all’ordine sacerdotale espressamente istituito per l’esercizio di questa altissima funzione intermedia fra cielo e terra, a beneficio e a santificazione del popolo, che da Cristo prende nome” … Questa lunga citazione mi serve per rivisitare e ricomprendere l’enorme balzo in avanti compiuto sotto l’azione dello Spirito Santo durante le quattro sessioni del Concilio durato tre lunghi anni. Forse Papa Giovanni sperava di vederne la conclusione in tre mesi? È probabile. Quell’”Exeant omnes” e quella “Società perfetta” avevano fatto il loro tempo. Lo compresi pienamente durante il Secondo Sinodo Diocesano celebrato sotto la presidenza di Sua Santità Giovanni Paolo II (anche lui oggi proclamato santo), annunciato e iniziato il 17 maggio 1986, e giunto a conclusione il 29 maggio 1993 (dopo sette anni di intensa consultazione della periferia romana!) durante la Veglia di Pentecoste in Piazza San Pietro. Erano maturati i primi frutti dell’assise conciliare anche a Roma. Partecipai intensamente a quel Sinodo del quale ho un particolare ricordo: una foto nella quale sono ritratto davanti al Santo Padre, in ginocchio, mentre gli presento e consegno, a nome della diocesi, il “Libro del Sinodo”. Accanto al Papa sono 3 ritratti il Cardinale Ugo Poletti e Mons. Giovanni Marra, allora Vicegerente, tutti reclinati su quel Libro. È stato quello, per me, un momento di grazia, riassuntivo di un tempo favorevole, in cui la diocesi di Roma prendeva coscienza dell’azione sorprendente dello Spirito Santo. Che cosa era successo? Mi sembra doveroso qui rammentare i precedenti. Nel 1968 apparve una lettera aperta al sindaco di Roma e indirettamente alla Chiesa. Aveva per tema i mali della città. Non senza contrasti con la gerarchia della Chiesa la inviarono, dalle baracche dell’Acquedotto Felice, un prete e gli alunni (di una scuola simile a quella di Barbiana) al sindaco democristiano della città cattolica per eccellenza, per denunciare le tante e insopportabili ingiustizie e discriminazioni, le intollerabili povertà che non si volevano vedere. A seguito di quella denuncia scaturì poi la «lettera ai cristiani di Roma» firmata da tredici preti romani, all’inizio degli anni ’70, nella quale essi denunciavano i ritardi nella applicazione del Concilio che non giungeva alle periferie. (Oggi 13 Cardinali scrivono al Papa in occasione del Sinodo sulla famiglia in direzione opposta; non è curioso?). Anche per il cardinale Vicario Poletti Roma era una città malata (Papa Francesco direbbe “un ospedale da campo”): bisognava identificarne i mali e curarli. Il cardinale si chiedeva: «Ha la Chiesa qualcosa da dire alla società di oggi?». Rispondeva: «Ha da dire che il mondo attuale è inaccettabile, e che l`uomo ha la vocazione di trasformarlo…». Erano parole che spiazzavano il nutrito dissenso ecclesiale, che contestava l`istituzione ecclesiastica, i suoi legami con la Dc, gli interessi immobiliari (specie dei religiosi), il conservatorismo… Roma era una città povera e conflittuale. Tra l`altro, nelle periferie si preparava l`ondata terroristica che personalmente ho conosciuto molto da vicino a Centocelle dove risiedevo (!). Eravamo già oltre le “lettera dei 13 preti romani” e le scelte che ne derivarono: all’Acquedotto Felice con don Roberto Sardelli, a Prato Rotondo con don Gerardo Lutte, a San Paolo con don Giovanni Franzoni, si erano vissute coinvolgenti esperienze di resistenza e di lotta nelle quali spesso la Chiesa intesa come organizzazione gerarchica, finiva nel groviglio delle stesse accuse che venivano mosse agli assetti del potere del quale essa era ritenuta funzionale e subalterna. Eravamo, allora, nei dintorni del ‘68 che, di certo, fu un potente moltiplicatore di contestazione anche all’interno del tessuto ecclesiale. Mentre il Card. Poletti si chiedeva con un po’ di apprensione: “come portare il Concilio a Roma?”, “il Concilio è arrivato a Roma” in un contesto di inedita e profetica sinodalità per la scelta di una Chiesa di popolo capace di parlare alle periferie e ai poveri. Il Concilio, difatti, ha fatto irruzione nel Convegno sulle “Responsabilità dei cristiani di fronte alle attese di carità e giustizia nella diocesi di Roma” giornalisticamente detto “sui mali di Roma” (1974). Fu animato da don Luigi Di Liegro e da Mons. Clemente Riva, con la discreta supervisione del Card. Poletti. Si registrò allora, non senza aspri contrasti, la fine dell’Exeant omnes (!). Erano infatti maturi i tempi per una presenza del laicato (si pensi a Giuseppe De Rita e Luciano Tavazza) non più passiva. Anche se manca ancora una ricostruzione “pacifica” di quell’evento, la Chiesa di Roma si scoprì capace di muoversi non solo in direzione di San Pietro e dell’abbraccio accogliente del colonnato del Bernini ma soprattutto verso le periferie di un territorio che tendeva già allora a sforare il Grande Raccordo Anulare. Ricordo un libro del sociologo Ferrarotti che parlava di “Roma da capitale a periferia”. Le periferie, piene di immigrati dal Sud, senza lavoro e con tante baracche, erano la parte dolente della cosiddetta “città sacra”, 4 una metropoli che perdeva anima e coesione. Oggi, a quarant’anni da quel momento, ricordo che si diceva, con un certo entusiasmo: “Il Concilio è arrivato a Roma”. Nei decenni successivi la diffusione della mentalità conciliare portò i suoi sorprendenti frutti. Personalmente sono testimone della stupenda fioritura di vocazioni al sacerdozio, al diaconato e alle nuove forme di vita consacrata negli anni ’80 e ’90. Per quanto riguarda il Seminario contribuirono al suo sviluppo soprattutto a due scelte: le missioni popolari nelle parrocchie periferiche e la “Scuola di preghiera” in Seminario che radunava 500/600 giovani ogni 15 giorni per la Lectio divina. A metà degli anni ’90 fui inviato a Macerata. Portavo con me un prezioso patrimonio “conciliare” ma la mia sorpresa fu nel costatare che lo Spirito aveva già operato prodigi con il mio venerato predecessore don Tarcisio Carboni, figlio di questa terra fermana. Egli aveva indetto e condotto il Sinodo diocesano al quale aveva dato un nome: “Cieli e Terra nuova”. Ma non poté concluderlo né celebrarlo perché il Signore lo chiamò improvvisamente a Sé per fargli “vedere” quei cieli nuovi e quella terra nuova. A lui e alla memoria della sua santità mi affidai per concludere e promulgare, quattro anni dopo la sua scomparsa, il Libro del Sinodo. Nutrivo la speranza che la promulgazione del Libro del Sinodo non fosse un punto di arrivo e il Sinodo non rimanesse “ingessato” sulle posizioni raggiunte nella ricezione del Concilio e, in gran parte fu così. Ne sono testimoni e protagonisti soprattutto i miei successori in quella amata Chiesa. La diocesi presentava una realtà complessa per la ancora recente fusione, frutto anch’essa di un riordino postulato dal Concilio, di 5 antiche diocesi: Macerata, Tolentino, Recanati, Cingoli e Treia. Mi impegnai fino in fondo per l’unità stimolato anche dal motto del mio stemma episcopale: “Consummati in unum”! Fu peraltro sorprendente trovare un presbiterio sempre più unito e un popolo assetato di Parola che affollava le assemblee di Lectio divina che tenevo in Cattedrale e ricco di una pietà popolare nutrita di fede. Mi fu dato così di sperimentare in forma nuova, rispetto alla grande metropoli romana, una Chiesa “tutta ministeriale” nei cammini di iniziazione cristiana, nei gruppi di famiglie diffusi in tutta la diocesi, nella promozione del diaconato permanente, delle nuove forme di vita consacrata e del laicato. Una esperienza che mi ha segnato, non senza sofferenze ma che ha moltiplicato la gioia, durante il mio episcopato maceratese è stato il Seminario “Redemptoris Mater”: da Rettore del Seminario Romano Maggiore nato nel grembo del Concilio di Trento e consolidato nei secoli – quasi un prototipo – incontravo, da Vescovo, un Seminario nato dal grembo del Concilio Vaticano II. È stato un grande dono del mio venerato predecessore che lo aveva voluto ed eretto a tutti i costi. Approdato a Fermo ho subito percepito il grande lavoro per la diffusione dei testi del Concilio da parte di un presbiterio eccezionalmente dotato dal punto di vista delle scienze teologiche e pastorali. Tempestivamente esso ha cercato di “tradurre la novità” del Concilio “pastorale” nel vissuto delle comunità parrocchiali e nella trama degli eventi di un territorio che, in rapido cambiamento, stava avviando, già alla fine degli anni ’60, il cosiddetto “modello di sviluppo marchigiano”. Ho anche costatato l’impegno da parte di presbiteri dotati di coraggio e profezia di avviare “cammini” di attuazione del dettato conciliare attraverso movimenti, gruppi ecclesiali e associazioni nati o rinnovati dalla spinta innovativa del Concilio. Ho cercato allora di “studiare” quanto era stato prodotto nel primo postconcilio. Sfogliando il Foglio Ufficiale Ecclesiastico del 1986 (N. 1-2), alle soglie del 37° Sinodo dell’Arcidiocesi fermana, mi ha colpito 5 la raggiunta consapevolezza che il Concilio si sarebbe realizzato sviluppandolo. Per questo l’intera diocesi era invitata ad assumere alcune linee di interpretazione – rivisitate per tutti da P. Petruzzi e R. Illuminati – che facevano appello ad una chiave interpretativa riassunta nello slogan “sentire cum ecclesia” e cioè “proseguire nell’opera del Concilio con il medesimo spirito che ha dato vita a quell’avvenimento”. Ho trovato anche illuminante il “metodo” suggerito: “Fare Memoria” per intraprendere una ricerca “del dinamismo vitale che congiunge il Concilio al tempo attuale della sua recezione” e, infine, fare della “Chiesa locale” il luogo storico e teologico di detta Memoria e ricerca. Con queste premesse l’intera Chiesa fermana, al tempo dei miei predecessori, ha individuato l’urgenza di un passaggio: da una Chiesa giuridicamente strutturata come “Chiesa società perfetta” alla “Chiesa comunione” di doni, carismi e ministeri. Nella prima il compito, la vocazione e l’appartenenza dei “non clerici” era semplice: riconoscerne l’autorità! Nella seconda il laicato assumeva l’identità di “soggetto ecclesiale”. Questo passaggio postulava una ricomprensione del ministero episcopale e presbiterale non più come potere (seppure spirituale) ma come diaconia. Passaggio non semplice se si pensa che nell’immediata vigilia del Concilio (1956) l’episcopato marchigiano, sotto la presidenza del nostro venerato Mons. N. Perini aveva appena riconfermato l’immagine di Chiesa come società (quasi?) perfetta nel Secondo Concilio Plenario Piceno. Questo passaggio che ebbe inizio a metà degli anni ’60, fu lento e indeciso. Perché? Forse perché l’idea di una “società cristiana” permaneva – almeno nella mentalità del nostro clero – un po’ “spaventato” dalle rapide trasformazioni della società. Lo scivolamento della popolazione dalla montagna e dalla media collina verso la costa, il cambiamento nelle opportunità di lavoro e profitto, l’esplosione di attività artigianali spesso a carattere familiare, intaccarono proprio lo stile di vita del nucleo familiare che tuttavia conservava una certa nostalgia della famiglia patriarcale. Mi sembra peraltro che la nostra Chiesa fermana sia rimasta un po’ spettatrice di questi fenomeni. Continuò a “presupporre la fede” nelle famiglie che, nel frattempo, abbandonavano la preghiera e la partecipazione alla liturgia domenicale perché c’era lavoro, anzi, ce n’era tanto e si poteva fare profitto lavorando fino a tardi la sera; ci si garantiva un futuro per i figli ma si veniva innescando così un rapido processo di scristianizzazione già nella seconda generazione. Il pur esemplare “aggiornamento del clero” condotto in diocesi ebbe ritmi molto più lenti rispetto alle trasformazioni sociali in atto. Si registrarono – e anch’io le vissi a Roma – inevitabili tensioni tra clero anziano e clero giovane nonché tra conservatori e progressisti non solo nel clero ma anche nei laici “illuminati”. Questi, attesa la crisi della parrocchia e dell’associazionismo tradizionale, anche nel fermano, cercarono altre vie di partecipazione alla vita della Chiesa, meno istituzionalizzate. Iniziando a visitare la diocesi ho incontrato la ricchezza dei movimenti ecclesiali. Devo peraltro sottolineare che, nonostante l’appello al Concilio che ciascuno di essi fa, nessuna aggregazione laicale ha pienamente incarnato la novità da esso introdotta. Solo in una sinergia e comunione tra di essi sarebbe forse possibile riconoscere i tratti dell’ecclesiologia della Lumen Gentium e ne deriverebbe una reale capacità di riconfigurare, in termini di comunione, la dimensione strutturale e istituzionale delle parrocchie e della stessa Chiesa locale: dimensione irrinunciabile, seppure da innovare. “Intanto però la Parola di Dio cresceva e si diffondeva” come 6 negli Atti degli Apostoli (12, 24) e si diffondeva anche l’idea che il Vaticano II chiedeva una conversione pastorale: una evidente “provocazione” nei confronti di quelle parrocchie – e di conseguenza nell’intera diocesi – che permanevano in un atteggiamento di “autoreferenzialità”. In particolare si affacciavano, nell’orizzonte pastorale, esperienze innovative come la Caritas e Capodarco. Mi è sembrato tuttavia che sia i movimenti che curavano l’iniziazione e formazione ad una fede adulta, sia le strutture caritative che respiravano la Gaudium et Spes correvano e, corrono tuttora, il rischio di una “implosione” in mancanza di una sinergia e di una comunicazione espressive di integrazione reciproca e quindi di comunione. La ricoperta del ruolo del laicato ha avuto il merito di ricordarci che “cristiani non si nasce ma si diventa” e, soprattutto, di mettere in luce la distanza – se non la frattura – tra fede e vita, tra esistenza e liturgia. Ha anche fatto comprendere l’urgenza di rinnovare l’iniziazione cristiana a partire dal primato della Parola di Dio per restituire centralità alla liturgia, segnatamente all’Eucaristia. Si cominciava a parlare di kerigma e il primo annuncio appariva risolutivo. Ma, nonostante il gran lavoro dell’Ufficio catechistico che operava sulla scorta dei catechismi nazionali si continuò a “fare catechesi” (o forse “catechismo”) senza pervenire decisamente ad una metodologia kerigmatica. Nel frattempo si faceva strada una priorità: quella di dare vita ad una Chiesa comunione di ministeri e carismi. L’idea di una Chiesa “tutta ministeriale” generò una splendida ipotesi: un “Catecumenato permanente” come itinerario di iniziazione dei tanti battezzati, mai iniziati alla fede, soprattutto di una Chiesa famiglia di famiglie che ripartisse dalle chiese domestiche. Questa idea è di assoluta attualità ancora oggi. E proprio in questa direzione vanno alcune sperimentazioni in atto nelle parrocchie. Un tema che mi ha attratto in modo particolare al mio ingresso in diocesi e che avevo incontrato nella mia esperienza romana è stato quello della “crisi di identità dei preti”. Il dissolvimento della rilevanza della “figura sociologica” dell’immagine del prete, ha rivelato la fragilità anche della dimensione propriamente ecclesiale del suo ministero davanti alla rivalutazione del sacerdozio comune dei fedeli. La crisi di identità dei presbiteri ha trascinato con sé anche la crisi delle vocazioni. Ho letto con particolare interesse una lucida relazione di Mons. Cardenà, allora rettore del Seminario, al Consiglio Presbiterale. Egli elencava ben sette “difficoltà e inconvenienti” che la formazione dei seminaristi incontrava. La settima riguardava la fede dei candidati al sacerdozio. Diceva: “È in questione anche la serietà della formazione cristiana … Vorrei richiamare l’attenzione sulle condizioni spirituali in cui si trovano quando entrano in Seminario. Ci pare che siano piuttosto terreno incolto dal punto di vista cristiano e noi possiamo cadere nell’errore di supporre esistente ciò che invece non c’é. Sono acristiani, perché piccoli, ma anche perché cresciuti in ambiente acristiano … Parecchie famiglie considerano il Seminario come un vero e proprio collegio … Il problema delle vocazioni sacerdotali non si risolve se non attraverso la crescita cristiana delle comunità parrocchiali …” (CARDENÀ. Il nostro seminario, in Foglio Uff. Eccl., dic. 1970). In questi decenni i miei predecessori e anch’io abbiamo fatto di tutto per mantenere e custodire il Seminario (ormai unica diocesi nelle Marche). Oggi non abbiamo più un Seminario minore e i giovani che si presentano sono già laureati o hanno condotto esperienze lavorative. Raramente provengono dalla parrocchia bensì da esperienze spirituali “forti” o dai movimenti. Che fare affinché le comunità cristiane tornino a crescere nella fede, nella testimonianza e nella passione per le vocazioni di speciale consacrazione? Non è forse necessario abbandonare definitivamente la presunzione di 7 presupporre la fede e rimettersi in cammino per proporla? E, simultaneamente, non è forse il caso di recuperare lo spirito del Congresso eucaristico che aveva trovato una sintesi del cammino alla fine degli anni ’80 intorno all’obiettivo e al tema della diocesanità? La risposta a queste domande dipenderà, in gran parte, dal recupero dello spirito che agli inizi degli anni ’80 sembrò dare un convincente avvio agli organismi di partecipazione parrocchiali e diocesani. I Consigli Presbiterale e Pastorale diocesani, l’articolazione del territorio in Vicarie e Unità pastorali, il superamento della autoreferenzialità delle parrocchie i cui confini non sono il punto di arresto bensì di partenza per la comunione e la missione, fanno sperare in un cambio di rotta. Rimane aperto l’interrogativo che riguarda la diocesanità. La soluzione del problema della perequazione del clero – purtroppo dovuta ad un accordo diplomatico tra la Santa Sede e lo Stato e non ad una crescita nella comunione presbiterale – non ha condotto ad un cambio di mentalità nel clero e nei laici in ordine alla perequazione tra comunità parrocchiali, né in ordine alla condivisione di doni, carismi e ministeri e tantomeno in ordine all’aiuto economico e di risorse. Sono trascorsi trenta anni dalle riflessioni dei nostri “autori” e desidero fare mia la conclusione che così recitava (il 17 settembre 1985): “Dalla “Ecclesia Societas” alla “Ecclesia Communio”, o meglio, alla “Ecclesia Charitatis”. Ecco il percorso che abbiamo cominciato a seguire venti anni fa, tra difficoltà e contraddizioni, tra timori e rimpianti, ma anche nella gioiosa scoperta che lo Spirito del Signore è capace di rinnovare le opere e i giorni della sua Chiesa.” L’espressione “Ecclesia Charitatis” mi sollecita una ulteriore considerazione provocata dall’intenso contributo – ripetutamente enunciato come “soggettivo” – del carissimo Vescovo Angelo Fagiani che, nello stesso Foglio Ufficiale, si poneva serie domande circa alcuni problemi che, negli ultimi trenta anni si sono acuiti: l’emarginazione con la relativa scelta preferenziale per i poveri; il rapporto con le Istituzioni civili delle iniziative sociali promosse dalla diocesi e chiamate impropriamente “private” e, infine, i settori nei quali sembrava deficiente la “presenza della Chiesa” come la “disoccupazione”, il problema della “casa” e del “TerzoMondo”. La nostra Chiesa fermana non è stata sorda al grido degli ultimi tre Papi in ordine all’urgenza della carità. Si pensi ad esempio alla “Sollicitudo Rei Socialis” che riprendeva le tematiche della “Populorum Progressio” alla “Deus Charitas Est” e alla “Evangelii Gaudium”. Il nostro cammino verso una “Ecclesia Charitatis” ha accelerato il passo davanti alla disoccupazione drammaticamente esplosa con la fine del modello marchigiano di sviluppo, davanti al moltiplicarsi degli sfratti che ci impongono di aprire gratuitamente case di prima e seconda accoglienza per gli abitanti del territorio diocesano e, infine, davanti al Terzo Mondo che non è più lontano ma è tra noi con le centinaia di “rifugiati” che bussano alla nostra porta. Sarebbe ironicamente sarcastico aprire una “Porta Santa della Misericordia” nella nostra Cattedrale tenendo sbarrate le “Porte Sante della Carità”. Infatti, dice l’apostolo Paolo. “Adesso vediamo in modo confuso, come in uno specchio;” e questo spiega qualche esitazione in ordine alla carità sine glossa. Ma una cosa è certa: “Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!” (1Cor 13, 12-13). Dopo l’apertura della Porta Santa della Misericordia nella Cattedrale della Chiesa fermana, concludo questa mia sintetica “memoria” con grande riconoscenza verso i Papi del 8 Concilio da San Giovanni XXIII fino a Francesco che, nella Misericordiae Vultus così scrive: “Ho scelto la data dell’8 dicembre perché è carica di significato per la storia recente della Chiesa. Aprirò infatti la Porta Santa nel cinquantesimo anniversario della conclusione del Concilio Ecumenico Vaticano II. La Chiesa sente il bisogno di mantenere vivo quell’evento. … Tornano alla mente le parole cariche di significato che san Giovanni XXIII pronunciò all’apertura del Concilio per indicare il sentiero da seguire: «Ora la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore…» Sullo stesso orizzonte, si poneva anche il beato Paolo VI, che si esprimeva così a conclusione del Concilio: «Vogliamo piuttosto notare come la religione del nostro Concilio sia stata principalmente la carità…»”. Sono trascorsi 50 anni dalla conclusione del Concilio ed è proprio vero: la recezione del magistero conciliare si realizza nel suo sviluppo, soprattutto nella testimonianza della carità. Si avvicina, per me, il compimento di questa memoria lungo i sentieri aperti dal Concilio e perciò custodisco con affetto il volto delle Chiese particolari che mi hanno generato, plasmato e protetto nella fede, nella speranza e nella carità.

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