di Daniele Zappalà
«Esprime una bellezza, una teologia, una storia che lasciano senza fiato. Occorre visitare questo presepio straordinario che mostra i popoli di ogni continente diretti verso il Bambino». Jean Vanier, fondatore dell’Arca, chiude gli occhi rimemorando una creazione umile e grandiosa: un presepio lungo quattro metri, con centinaia di pastori provenzali e napoletani, allestito ogni anno in casa Schléret, famiglia lorenese che l’ha dedicato a Marianne, la figlia con handicap mentale accolta adesso in una comunità dell’Arca. Informato dell’ipotesi di far calare il sipario sulla creazione, Vanier ha osservato: «Sarebbe un peccato. È l’opera di una vita». Così, il presepio resterà visitabile, dopo aver ricevuto una benedizione da monsignor Jean-Louis Papin, vescovo di Nancy. Tanti bagliori minimi d’umanità come questo costellano il percorso di Vanier, classe 1928, ex ufficiale canadese della Royal Navy, appena insignito in America del premio Templeton, nella scia di madre Teresa di Calcutta, di Desmond Tutu, del Dalai Lama o di Solženicyn. Lo incontriamo a Trosly, proprio dove nacque nel 1964 il movimento cristiano di comunione con le persone con handicap, presente oggi in trentacinque Paesi. E pensando alla Natività, in quest’angolo di Piccardia presso la «radura dell’armistizio » dove si mise fine alla Prima guerra mondia-le, Vanier evoca presto la «festività autentica» dei canti natalizi: «Sono universali. Proprio durante la Grande Guerra, dei soldati nemici finirono per fraternizzare cantandoli, come ricorda il bel film Joyeux Noël. Una verità dimenticata dalla storia »
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