di Giorgio Bernardelli
Ha fatto un grande regalo ieri papa Francesco alla Chiesa italiana: per il suo discorso al Convegno che ogni dieci anni fa il punto sul nostro cammino, non ha scelto il modello “lista della spesa”. Sì, quel tipo di discorso in cui si fa l’elenco degli ambiti d’impegno pastorale e uno per uno si fa il punto della situazione. Guardando alle sfide emergenti ma allo stesso tempo facendo accuratamente attenzione a citare tutti e a valorizzare a dovere quanto già si fa. Modello pericolosissimo, perché tremendamente esposto alla tentazione di andarsi a prendere solo la frase più vicina alla propria sensibilità e sbandierarla come una “conferma nella fede”, andando poi avanti a fare ciò che si è sempre fatto.
Con il discorso pronunciato da Francesco questa operazione diventa difficile. Non c’è nessuno, infatti, che possa ascoltare l’immagine di Chiesa tratteggiata dal Papa ieri a Firenze e sentirsi a posto. Del resto il primo a vivere l’ “inquietudine” come cifra del proprio atteggiamento di fronte alle strade verso le quali il Vangelo ci chiama è il Papa stesso (il suo ritornello “per favore, pregate per me” un giorno varrà la pena di analizzarlo un po’ più a fondo).
Non ha indicato ricette papa Francesco a Firenze. Chi si ferma alla frase “che Dio protegga la Chiesa italiana da ogni surrogato di potere, d’immagine, di denaro” è smanioso di vincere facile. Certo che è così e che abbiamo parecchio da farci perdonare in proposito nella nostra storia degli ultimi anni. Ma l'”inquietudine” può davvero esaurirsi qui? Il richiamo al pericolo dello gnosticismo – che sostituisce il Cristo dell’Ecce homo con qualche nostro bel ragionamento – ci chiama davvero in causa di meno?
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