l’emergenza di Olbia è stata fronteggiata dalle famiglie sarde che hanno spalato limo, svuotato case e ospitato amici e parenti. Ecco la sintesi del rapporto che la Caritas della Sardegna ha pubblicato sull’utilizzazione degli aiuto per l’alluvione. Ce ne parla Avvenire.
In questi anni così social, così virtuali, parola e fatto si rincorrono e non sempre si raggiungono. Per questo, ogni tanto fa bene ricomporli, com’è avvenuto in Sardegna, dove le Caritas diocesane, ieri, hanno fatto il punto sull’emergenza alluvione del novembre scorso. Spiegando che cosa è stato fatto e da chi. Nonché cosa resta da fare e a chi tocchi farlo. Esercizio di chiarezza per nulla scontato. Oggigiorno, infatti, ogni notizia è accessibile a tutti in tempi così rapidi che non puoi non saperla, purché tu l’apprenda rapidamente, perché altrettanto rapidamente quella ti scomparirà sotto gli occhi, sovrascritta
da altre notizie. Questo flusso, obiettivamente, può impedire la piena comprensione di eventi complessi come l’alluvione sarda. Tragedia di sette mesi fa, un’eternità in termini mediatici.
Chi si ricorda più dei morti, delle case allagate, delle migliaia di sfollati, delle strade spazzate via? I sardi. Loro se li ricordano benissimo. Perché i sardi erano là. Hanno vissuto sulla propria pelle il peso delle parole non dette: c’era la crisi e non c’erano soldi per le emergenze; entro breve sarebbero arrivati un nuovo governo e un nuovo governatore; insomma, la Sardegna alluvionata doveva aiutarsi da sola.
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