di Andrea Granelli

La città di Boston ha compiuto un grosso sforzo per diventare più smart. Non si è limitata a riempirsi di tecnologia, posticipando a fasi successive l’identificazione delle applicazioni davvero utili. Il cuore del suo approccio sta nell’uso intelligente dei big data; anzi – meglio – degli open data. Ma soprattutto sta nel metodo. Prima le analisi, lo studio dei comportamenti, la raccolta dei dati – di moltissimi dati – provenienti dalle fonti più eterogenee: 5 anni di raccolta sul campo coinvolgendo 5.000 soggetti presi a campione. Poi una lettura profonda per trovare correlazioni, intuizioni: per “connect the dots” come suggeriva Steve Jobs nel suo famoso discorso all’Università di Stanford. Solo dopo aver trovato comportamenti emergenti del vivere urbano e averne compreso specificità, criticità e motivazioni, iniziare a generare opzioni tecnologiche, inizia a pensare e a produrre soluzioni. E allora da questo approccio progettuale nascono servizi come “Boston green”, una app che fornisce informazione sugli spazi Verdi urbani e su come raggiungerli. Oppure si identificano soluzioni per aumentare il numero di studenti che vanno a scuola a piedi. Oppure ancora l’uso di dati sulla mobilità provenienti da molte fonti (perfino dai bike rental) per ridurre la congestione del traffico.
La città di Boston ha quindi rimesso l’utente al centro
continua a leggere qui http://www.agendadigitale.eu/smart-cities-communities/862_cosa-possiamo-imparare-da-boston-smart-city-la-tecnologia-umanista.htm
Scopri di più da Pietroalviti's Weblog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
Lascia un commento