di Fabio Colagrande
Sorrentino ci restituisce in modo esplicito un’ansia di spiritualità. Non è un peccato – da credenti – non coglierla? «È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore: il silenzio e il sentimento; l’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza; e poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile».
Alla fine delle sue passeggiate solitarie e senza pace tra i monumenti dell’Urbe, Jep Gambardella, il protagonista del film di Paolo Sorrentino premiato recentemente a Hollywood con un Oscar, giunge a questa costatazione. Il suo vagare insoddisfatto sul Lungotevere, tra le bellezze artistiche della Capitale, accompagnato da pseudo-intellettuali falliti, spogliarelliste disincantate, signore dell’alta borghesia insoddisfatte, le sue immersioni nella movida trash e decadente della Roma del 2000, lo conducono all’inevitabile consapevolezza che, almeno qui, la grande bellezza del titolo non c’è più. O forse non c’è mai stata. Il giornalista – scrittore dandy protagonista del film, a cui Tony Servillo regala la sua maschera ridondate quanto impeccabile, è irrimediabilmente annoiato dalle ipocrite conversazioni mondane dei salotti capitolini. Scruta scetticamente le improvvisazioni artistiche di una performer che prende a capocciate l’acquedotto romano e quelle di una bambina prodigio che sfoga sulla tela chissà quali frustrazioni per la gioia degli spettatori adulti. A incuriosirlo sono invece l’innocenza delle allieve di un monastero sull’Aventino, l’atmosfera rigorosa ma serena di quelle stanze. Rivolge inutilmente i suoi turbamenti spirituali a un magnifico, quanto realistico, cardinale, disinvolto conversatore di gastronomia, quanto sfuggente di fronte ai suoi dubbi da non credente. E riacquista infine l’ispirazione per tornare alla scrittura, e forse la voglia di vivere, dopo l’incontro con la ‘grande bruttezza’ del volto di una religiosa missionaria nel Terzo Mondo in odore di Santità. La vera conclusione del suo viaggio è che, su questa terra, la bellezza esiste, ma solo a sprazzi. E va cercata con pazienza e testardaggine dietro ogni personaggio o ogni istante apparentemente grottesco, volgare, insignificante.
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