di Francesca Lozito
Ho guardato dieci minuti della fiction Braccialetti rossi e poi ho cambiato canale. Ho immaginato che al posto mio nel vedere la scena in cui due ragazzini minorenni si guardano da soli i referti ci fosse una ragazzina malata di cancro. Ho immaginato la sua vertigine di fronte a una scena così irreale, sbattuta in prima serata in pasto al demone dell’audience. Ma soprattutto in barba alla compassione umana. Mi sono sentita molto vicina a lei. E per lei sto scrivendo questo post. Lo sto scrivendo per la sua forza. È guarita. Ha una ferita nel corpo, segno della chirurgia subita. Ma non si vede a occhio nudo. I suoi capelli sono ricresciuti da anni. Ma non sopporta di vedere ancora esibita la retorica della pelata nei malati di cancro come uno stigma sociale che la fa rabbrividire.
Non ha mai avuto compagni di malattia. Per anni si è chiesta se ne esistessero. Poi ha conosciuto Anna che è entrata in Guardia di Finanza. Ovviamente mentendo sui suoi trascorsi di malattia. Perché chi guarisce da un cancro anche dopo vent’anni per la medicina non è ancora dichiarato guarito. E col cavolo che ti fanno un’assicurazione sulla vita, soprattutto se fai un mestiere a rischio. Le due si sono piaciute moltissimo. Sono due resilienti. Quella ragazzina alla fiction tutta incentrata sulla retorica di una compassione di maniera che troppo spesso oggi avanza in tante, troppe situazioni da palcoscenico – ha sempre rifuggito il genere “io sopravvissuto ora vi dico come si combatte la malattia” – preferisce di certo un film come “Il grande cocomero”. È di un po’di anni fa ma lo ha visto. E amato tantissimo. “La vita è una e te la giochi con la faccia che hai” dice più o meno il protagonista. Pare che la frase sia stata detta dal personaggio della vita reale a cui è ispirato, Marco Lombardo Radice. Lui era medico. Si sentiva come Salinger, lo scrittore, “Il raccoglitore nella segale”.
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