Gianni Riotta, su la Stampa, ricorda il card. Martini, prendendo lo spunto da uno delle sue suggestive lettere pastorali alla diocesi di Milano
Davanti al cardinal Martini anche il più scettico dei laici riceveva l’impatto del carisma, la figura, alta, snella, ieratica, gli occhi severi, le mani strette nella concentrazione: perfino quando la malattia le serrò in spasmo, restarono bellissime.
Non c’era in Martini vezzo populista, si presentava come Principe della Chiesa, successore di Sant’Ambrogio e San Carlo, ma la regalità sacra non allontanava l’interlocutore, gli imponeva di guardare in alto. Non richiedeva attenzione per vanità, pur giustificata da fama, sapere, successo anche oltre la Chiesa cattolica. C’era severità, il rigore delle giornate di studio, protratte fino alla stagione passata in Terra Santa dopo gli anni a Milano, al ritiro nella casa di riposo a Gallarate, con la malattia a minare la salute, non la volontà di proseguire il dialogo con i fedeli attraverso il Corriere della Sera. La severità cresceva davanti al rango di chi aveva davanti, non faceva sconti al potere, quando un libro di Papa Ratzinger non gli sembrò di standard teologici adeguati lo disse. Con gli umili, i bambini, si ammorbidiva, ma a tutti Martini segnalava con la postura morale e fisica, la strada da percorrere verso quella che riteneva «la salvezza».
Nella vulgata dei media il biblista Martini era «progressista», da opporre al «conservatore» Giovanni Paolo II, al «politico» cardinal Ruini, all’«ex progressista della rivista Communio» Ratzinger. Non credo che mai nessuno abbia osato di persona proporre a Martini queste caricature, di cui era, dolorosamente, cosciente pur ignorandole, come ignorava il ronzio pettegolo dei salotti meneghini, che lo riduceva a «teologo» incurante dei doveri «pastorali».
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