Pascoli e il fanciullino


Pigi Colognesi per www.ilsussidiario.net interviene sul centenario di Giovanni Pascoli

Pascoli e il fanciullino

Sebbene in ritardo di undici giorni (la data esatta era il 6 aprile), non voglio lasciar cadere il centenario della morte di Giovanni Pascoli. La sua voce strana, difficile da catalogare quanto facile da fraintendere, risuona ancora con indubbio fascino: quello dell’uomo smarrito di fronte all’impossibilità di rinchiudere la vita in formule chiuse. Su di essa aleggia infatti un che di inconoscibile, di cui la morte non è che l’inquietante e ineluttabile figura.

Nella prefazione alla sua prima raccolta poetica Myricae, Pascoli scrive: «Rimangano questi canti su la tomba di mio padre», che è stato ucciso a san Lorenzo e sul quale si riversa un «pianto di stelle». Ma il poeta non si ferma alla morte, egli «chiama a benedire la vita, che è bella, tutta bella; cioè sarebbe; se noi non la guastassimo a noi e agli altri». Infatti, aggiunge Pascoli con un riferimento biblico: «Gli uomini amarono più le tenebre che la luce».

In un successivo discorso dirà: «L’uomo combatte continuamente contro la morte. La nostra vita è gelida e noi abbiamo bisogno di calore; la nostra vita è oscura e noi abbiamo bisogno di luce: non si lasci spegner nulla di ciò che può dar luce e calore: una favilla può ridestare la fiamma e la gioia».

Vita/morte, luce/buio, calore/gelo; Pascoli si addentra in questa sconcertante ambivalenza e ne nutre la sua poesia. Essa, da un lato, si piega sul piccolo fiore dal nome popolaresco, sui lavori umili, sul canto degli uccelli e sui rumori della campagna imitati dal verso poetico. Dall’altro si apre alle grandezze cosmiche delle galassie, all’infinitezza paurosa degli spazi stellari, alla sconcertante sospensione del sogno. Anche il suo linguaggio – straordinariamente innovativo – ondeggia tra la semplicità della filastrocca infantile (del resto, ottenuta con arduo lavoro tecnico) e la paludata solennità del verso latino (fu più volte premiato per le sue composizioni nella lingua di Virgilio).

Come l’uomo del suo poemetto Il libro, Pascoli sta ritto di fronte a questa immane e ambivalente varietà e – pur non sapendo individuare punti di appoggio solidi se non quello della solidarietà umana nell’incertezza – non smette di sfogliare il gran libro delle cose.

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