Emergenza, possiamo imparare… dobbiamo imparare


La nevicata della Candelora può insegnare tante cose a ciascuno di noi. Ecco un elenco di questioni su cui varrebbe la pena che si aprisse un dibattito franco e senza condizionamenti:

innanzitutto la tenuta delle strutture: il collasso del palazzetto dello sport  di Ceccano o quello del chiostro del Conservatorio di Frosinone deve potenziare in misura straordinaria l’attenzione nei confronti delle costruzioni sia pubbliche che private. Agli edifici affidiamo la nostra vita, non possono crollare in quel modo per una nevicata, soprattutto dopo tutti i controlli prescritti nelle fasi di progettazione, appalto, costruzione e collaudo. Come avrebbero resistito ad un terremoto? Certo, parlo da ignorante, so che l’ingegneria è una scienza: allora chi ha questa scienza chiarisca ciò che è avvenuto, ci dica dove e chi ha sbagliato. Se questo non avverrà, il discredito riguarderà tutta la categoria dei professionisti impegnati nel settore delle costruzioni: dovrebbero essere loro, i loro ordini professionali a chiedere a gran voce il chiarimento più netto di quanto è avvenuto

la rete delle infrastrutture: mi riferisco alle linee elettriche e a quelle telefoniche, cadute miseramente, per la forte carenza di manutenzione. C’è da aprire una vertenza con le società di gestione che hanno l’onere di assicurare che tali servizi, essenziali alla vita e al lavoro, funzionino anche in condizioni severe. Non ha ispirato fiducia nei cittadini vedere squadre  d’emergenza dell’Enel che non sapevano neppure dove fossero le linee cadute, o accorgersi della fragilità dei servizi idrici dell’Acea. Sono società che lucrano sui servizi ed hanno il dovere di renderli funzionali, con i necessari potenziamenti e l’indispensabile manutenzione.

la comunicazione: è stato probabilmente il settore più trascurato dell’emergenza, quando invece ne è l’essenza. Soltanto se ci sono informazioni chiare la popolazione sa quello che bisogna fare: invece in quei primi giorni di febbraio tutto era affidato ad un passa parola. Ora mi sembra essenziale che un piano d’emergenza debba prevedere un’emittente radiofonica che possa sostituire le altre tecniche di comunicazione nel momento in cui fossero fuori servizio. E poi c’è bisogno di autorevolezza nella comunicazione: ci deve essere qualcuno che sappia mettere insieme tecniche precise di comunicazione e notizie certe. Questo ambito è stato totalmente trascurato

altra comunicazione mancata c’è stata nelle istruzioni da seguire in caso di forte nevicata, ancora più importanti vista la totale impreparazione di fronte ad un fenomeno di questo genere. Inoltre s’è fatto l’errore di dire: siamo pronti, state tranquilli, ci saranno anche i trattori della coldiretti. Forse sarebbe stato meglio dare le indicazioni necessarie a proteggere le case e le famiglie, non rassicurare troppo per evitare eccessive attese nei confronti delle istituzioni. A mo’ di esempio riporto il piano neve di una città della pianura padana: piano-neve.pdf

la forza della protezione civile: forse non è pensabile pensare di affrontare un’emergenza di questo genere o altre simili con la stessa struttura e lo stesso numero di persone che si occupano della processione del venerdì santo. Probabilmente c’è bisogno di una struttura facilmente ampliabile ed allertabile a seconda delle necessità: ma per far questo c’è bisogno di chiedere aiuto e collaborazione ad associazioni e cittadini, secondo le competenze di ciascuno.

educare alla protezione civile: molti comportamenti individuali sono stati stigmatizzati come poco consoni all’emergenza. Bisogna comprendere che la cultura della protezione civile e della sicurezza è appunto una cultura e bisogna pazientemente insegnarla a cominciare dalle scuole. Sarebbe un grande investimento di civiltà se le autorità responsabili della protezione civile di un territorio immaginassero un piano di interventi nelle scuole perché poi quegli elemti, quelle informazioni riverberino in tutto il vivere civile.

4 risposte a "Emergenza, possiamo imparare… dobbiamo imparare"

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  1. Proff. Alviti, devo correggerla su due punti, 1) LA FORZA DELLA PROTEZIONE CIVILE: la protezione civile, ha varie competenze e le persone che ne fanno parte sono specializzate in vari rami e settori di competenze, i problema non è tanto la forza, ma il problema è che il VOLONTARIO di Protezione Civile non vuole farlo nessuno, perché come tutti ben sappiano il VOLONTARIATO non è retribuito in nessun modo, quindi se ci fossero più volontari allora la struttura potrebbe crescere in modo da affrontare più emergenze, ma non è neanche pensabile che per 25.000 persone ci vogliano 25.000 volontari, anche la popolazione deve fare la sua parte e non aggredire ed insultare i volontari, anche perché essendo volontario al sentirmi dire tante offese e insulti io preferisco restare a casa mia e provvedere alle mie esigenze non a quelle delle altre persone. per quanto riguarda aiuto in senso di manovalanza e personale la regione lazio è piena di volontari ben specializzati ma purtroppo non è facile gestire nello stesso tempo varie emergenza su un territorio vasto come la regione lazio.
    2) EDUCAZIONE ALLA PROTEZIONE CIVILE: sono vari anni che con la mia associazione di volontariato portiamo avanti iniziative e temi di protezione civile all’interno delle scuole del territorio di Ceccano, ma molte delle volte non tutti i presidi e i professori ci lasciano possibilità di portare avanti queste iniziative, a Ceccano solo alcune scuole annualmente ci fanno entrare e ci danno possibilità di dire qualcosa hai ragazzi con materiali informativi ecc.

    la ringrazio che mi da la facoltà di rispondere, ma il nostro mondo PROTEZIONE CIVILE e molto vasto e vario non è facile fare tutto e subito non abbiamo la bacchetta magica, siamo semplici persone come lei che con un po di buona volontà e gratuitamente ci mettiamo a disposizione dei cittadini.

  2. Grazie ancora per le Sue precisazioni: ripeto ancora che non c’è alcun giudizio negativo sull’operato dei volontari, né tantomeno l’appoggio agli sconsiderati che, travolti dalla rabbia, li hanno insultati, quanto invece la necessità di immaginare un nuovo modello che sia capace di adattarsi alle dimensioni dell’emergenza e che possa contare su professionalità e numeri. Che io ricordi non ho mai visto un appello a diventare membri della protezione civile, ma potrei aver visto male. Sulle scuole posso dirle sin d’ora che il Liceo di Ceccano sarebbe prontissimo ad avviare una attività per la diffusione della cultura della protezione civile.

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