L’espressione Et incarnatus est de Spiritu sancto ex Maria virgine et homo factus est costituisce un punto centrale della professione di fede cristiana. Il testo in uso oggi nella Messa deriva dalla prassi battesimale. Di questo antico uso c’è un’evidente traccia nella parola iniziale (Credo) che sottolinea la dimensione personale individuale (i testi liturgici di solito sono declinati alla prima persona plurale che evidenzia la dimensione comunitaria).
Chi ascolta le messe polifoniche classiche e soprattutto quelle del periodo romantico, rimane colpito dal linguaggio corale con cui Et incarnatus è cantato.
La messa in re minore di Anton Bruckner è un esempio magistrale di ermeneutica corale. Le messe tramandate dalla cosiddetta tradizione monodica nel repertorio del canto gregoriano non presentano quasi mai una particolare elaborazione della frase. Essa è inserita nella struttura lineare di una recitazione relativamente semplice. Spesso non si propongono formule melodiche nuove, ma si riprendono moduli già presenti in altre sezioni del simbolo. Così avviene, ad esempio, nel Credo I dell’edizione vaticana, interamente costruito su sole sei brevi frasi melodiche ricorrenti.
La semplicità musicale del Credo “gregoriano” si spiega per vari motivi. Il testo è assai esteso e una sua ampia elaborazione musicale avrebbe dilatato il tempo della professione di fede sino a interrompere e ostacolare il ritmo della celebrazione. Fioriture musicali, talora notevoli, si trovano nel Kyrie eleison e nel Sanctus, che hanno un testo breve. Un altro fattore da tenere presente è di natura cronologica.
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