Italiani per tutti, non per lo Stato


Si discute di cittadinanza agli immigrati. La storia vera di Sergio, ucraino. Ha appena avuto un bimbo, e si chiede perché non possa considerarlo italiano.
 Sergio è un uomo alto, possente, due mani che mostrano i segni della fatica. È ucraino, vive da molti anni a Roma (anzi, alla periferia di Roma, il comune di Cesano, lì i prezzi degli affitti sono più bassi) e si sbatte come pochi. Cerca lavoro dovunque capita, sa far di tutto: muratura, giardinaggio, traslochi, idraulico, elettricista. Cerca di imparare dovunque lo chiamino, e non si tira indietro, non rifiuta nulla, specialmente quello che gli italiani di solito rifiutano, ha una famiglia da mantenere.
Domenica scorsa ha tagliato la siepe della mia casa e pulito il giardino, un lavoro immane. Una macchina da guerra con falciatrici e forbici. E mentre sudava ha tirato fuori altri lavoretti: la gente, le vecchiette soprattutto, dai balconi dei palazzi di fronte lo chiamavano: «Signore, mi scusi, ha del tempo anche per me? Avrei la mia siepe…». Un successo clamoroso. Lui era contento.
All’ora del pranzo abbiamo mangiato insieme, come di domenica si usa, e come la mia famiglia di origine mi ha insegnato a fare. Si è divorato un piatto enorme di spaghetti e altrettanta carne, ricordandomi le porzioni gigantesche che fino a poco tempo fa mio padre, mio nonno e i miei zii, memori dei tempi contadini del dopoguerra, usavano ritagliarsi come giusta ricompensa della giornata passata. Poi è tornato subito al lavoro, una tazza di caffé e via.
Durante il pasto consumato con la mia famiglia mi ha raccontato della sua. Lui è protestante, fa parte della minoranza di un cristianesimo cattolico e ortodosso che in Ucraina e Romania si divide la spiritualità di un credo che è l’anima stessa di una nazione. Ci ha parlato delle icone, della religione, della bella Kiev, e di una famiglia che qui in Italia sta mettendo radici. Un mese fa gli è nato il primo figlio, quattro chili, ed è felicissimo. In quei giorni del parto è stato vicino alla sua compagna, ha lavorato di meno, ha rinunciato alla sua paga ordinaria che a mala pena arriva a 60 euro. Poi, a un certo punto, mi ha detto che è semplicemente dispiaciuto che suo figlio non sia italiano. «Solo in Italia succede così. Mia sorella vive in America e lì, quando è nato suo figlio, gli hanno dato subito la cittadinanza».
Per un attimo sono stato zitto. Non sapevo come rispondere. Gli ho versato altro vino e gli ho detto che un giorno cambierà. Sì, cambierà, anche nel nostro Paese.
Sergio, ucraino che sembra un italiano di altri tempi, ha ripreso il lavoro. Suo figlio deve mangiare e non c’è tempo per fermarsi.
Chissà cosa avrebbe pensato mio padre
Gianni Di Santo – Azione Cattolica Italiana

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