La scuola amish… e quella del varietà televisivo


Francesco Scoppetta ,dirigente scolastico ITCS De Fazio Lamezia Terme (CZ), esprime alcune condivisibili opinioni sulla scuola oggi in Italia

Tutti noi che lavoriamo con ruoli diversi nella scuola stiamo decisamente assumendo le caratteristiche degli Amish, una confessione religiosa protestante dell’Ohio (Usa) risalente al ‘700.Gli aderenti ancora oggi vivono senza  usare elettricità, si spostano con i calessi senza usare automobili, vestono abiti antichi, insomma vivono fuori del tempo. Seguono una serie di regole maturate nei secoli, per cui esteticamente gli uomini portano la barba ma non i baffi, le donne hanno cuffie che nascondono i capelli lunghi perché non li tagliano. Leggono libri e non vedono televisione, insomma, per farla breve, tutte le motivazioni che stanno alla base della “filosofia” amish, coincidono  con le argomentazioni di tanti docenti e presidi che continuano a lavorare come se vivessero nel 1950. Oscar Wilde soleva dire che l’unico fascino del passato consiste nell’essere passato e allo stesso modo la scuola italiana sembra vivere costantemente con la testa all’indietro nell’eterno rimpianto per quello che fu e adesso non c’è più, nell’ostinato rifiuto di qualsiasi cambiamento sia pur piccolo che “tradirebbe” appunto i cari vecchi metodi (valori)  di una volta. Lo strumento, fateci caso, per motivare il dissenso è sempre lo stesso, il “benaltrismo”:  ci vuole ben altro che….Il meglio è sempre nemico del bene, meglio l’alito cattivo che il non respirare affatto, e si potrebbe continuare a ricordare le massime di un buon senso ormai del tutto evaporato nell’idea di una scuola eterna  fuori del tempo e dello spazio, per cui nel 2011 devi (puoi?) insegnare come nel 1946, a Domodossola come a Trapani, nel liceo classico come nel professionale (perché, è chiaro, non esistono scuole di serie A e di serie B!). La scuola, secondo la maggioranza dei suoi lavoratori, non esprime lo spirito del tempo, non ha nessun rapporto con la società, è impermeabile a qualsiasi umore (o rumore) proveniente dall’esterno. E’ sempre fatta da un prof che spiega, assegna,  interroga e mette i voti. Gli studenti apprendono stando a sentire e studiando a casa.  La stessa “certificazione delle competenze”, che dovrebbe presupporre a monte un insegnamento per competenze, non mi pare che stia mettendo in discussione la “lezione frontale” come esclusiva metodologia d’insegnamento.

Per finire ci sarebbe  un altro esempio che si può fare per capire come l’Italia sia un paese per vecchi che non prepara un futuro ai giovani, basterebbe studiare come viene confezionato ancora oggi 2011 un genere televisivo, il cd  “varietà” . Se voi, come giustamente da anni sta facendo notare il critico televisivo Aldo Grasso, guardate trasmissioni come “I migliori anni”, condotta da Carlo Conti, vi imbattete, osserva Grasso, in “un clima irreale da Villa Arzilla”. Vecchi cantanti escono dai sarcofaghi e ri-propongono i successi di sempre, la nostalgia, il già sentito, il trita e ritrito. Come la scuola, il varietà televisivo sembra fuori dal tempo,  propone  tanta tenerezza nel ricordare il passato, i tempi in cui si era giovani e tutto sembrava avere un senso e una speranza. Ma elevare il rimpianto a futuro non serve a nulla, noi amiamo il nostro passato perché eravamo giovani, i giovani ci vedono per quello che siamo, longevi ma pur sempre moribondi. La scuola che facciamo è triste come quei varietà.

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