Un parcheggio sul mitreo del II secolo a. C. a Via Gaeta


Da ragazzino, insieme con gli amici del Gav, il Gruppo Archeologico Volsco, ci andavo, titubante ed impaurito: ora ruspe ed asfalto, in questa Ceccano impazzita per le costruzioni edilizie, hanno eliminato tutto. Dietro la Chiesa della Madonna delle Grazie la modernità pacchiana ha avuto, ancora una volta, la meglio e Ceccano perde un altro pezzo della sua storia.

Antonio Nalli ci ha mandato, in proposito un suo contributo:

com'era

Spazzata via l’intera area archeologica di “Forno Mataro”, situata nei pressi
della Chiesa della Madonna delle Grazie, lungo la strada che collega la
cittadina di Ceccano al comune di Castro dei Volsci. Si trattava di una rete di cunicoli scavati a volta in un banco di tufo, dotati di vari accessi e localizzati ai piedi di una collina, percorribili a piedi e lunghi all’incirca 700-800 metri (ma forse anche più), che sfociavano nella parte opposta, nei pressi del quartiere residenziale comunemente conosciuto come “Collina Paradiso”.
L’intera area è stata recentemente interessata da alcuni lavori di edilizia privata e proprio sull’ingresso di questi cunicoli e quindi su quella che tutti sapevano essere un’area archeologica e che solo il piano regolatore della città non ha saputo difendere e tutelare, è sorto un parcheggio riservato ad altre abitazioni private, anch’esse di recente realizzazione. Che il sito fosse di interesse archeologico non è una novità dell’ultimo momento.

com'è

Già diversi anni fa, infatti, uno studioso tedesco, appositamente arrivato in
Italia, aveva realizzato una cartina dei cunicoli, mentre la studiosa Antonini
Sabina, docente presso l’Università degli studi di Napoli, curò la pubblicazione “Fabrateria Vetus – un’indagine storico archeologica”, attualmente reperibile presso la biblioteca comunale della città, nella quale descriveva, avvalendosi anche di materiale fotografico, l’area in questione.
«Si rinviene nelle immediate vicinanze – asseriva la studiosa Antonini – una
grande quantità di frammenti laterizi e strati di pavimentazione. Si tratta
probabilmente di cunicoli che servivano per raccogliere le acque (sorgive o
meteoriche), incanalarle e riversarle nella cisterna, in funzione dell’edificio sovrastante. Essi avevano anche la funzione di raccogliere le acque superficiali o dei fossi (attraverso i pozzetti) e farle sfociare in fossi maggiori, per evitare  danni alle colture. Questo tipo di acquedotto sotterraneo è stato rilevato in modo massiccio nella campagna veliterna, ed è diffuso nell’ età medio/tardo repubblicana».
A questo punto è lecito porsi dei seri interrogativi sulla presunta “evoluzione” che la zona ha subito negli ultimi anni, nonostante gli appelli lanciati ancor prima che l’intervento fosse messo realizzato. Per la vicenda, inoltre, appare inquietante anche il silenzio da parte della Soprintendenza del Ministero dei Beni Culturali. La “fine” ingloriosa dell’area archeologica di Forno Mataro, mette in evidenza ancora una volta la scarsa attenzione nei confronti del patrimonio storico, artistico ed archeologico che la città vanta e si aggiunge ai già numerosi episodi precedenti.

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