Cimentarsi con le cattedrali, non con i coriandoli


I ragazzi, si dice, stanno perdendo la memoria: la causa apparente è l’uso di Internet, Google e Wikipedia. In questo periodo di fine anno scolastico, quando ci si prepara al redde rationem finale, vuoi per la semplice corsa in vista dello scrutinio, vuoi per la conclusione dell’intero percorso che termina con l’esame di maturità, quella risorsa personale che si chiama memoria diventa indispensabile. Stiamo parlando ovviamente della memoria cognitiva, non di quella storica (che comunque non gode di ottima salute).

È dimostrato che il tentativo di risolvere il problema attraverso il ricorso a particolari tecniche di memorizzazione è destinato al fallimento. L’essere umano, a differenza degli animali, è capace di riflettere sulla propria memoria e dunque di connettere la funzione mnemonica all’oggetto del ricordo. È facendo memoria di un’esperienza, un fatto, un oggetto, una persona che ci ha colpito che ci accorgiamo di “stare ricordando”.

Dunque, la memoria è inseparabile dalla consapevolezza, dalla percezione che l’individuo ha di sé come persona. Chi non si stima non ricorda, anzi è propenso a dimenticar-si (= dimenticare sé). Nel campo dell’apprendimento è molto importante porre l’accento sulla interezza della persona che apprende e sulla unità della soggettività che insegna. Non si apprende astrattamente, ma “in situazione”, pena la condanna alla dimenticanza. È più facile che apprenda chi è incoraggiato a farlo e chi è colpito da un certo interesse per l’oggetto che gli viene presentato. In questo modo, l’oggetto entra nell’ambito della coscienza e permane come elemento costitutivo della personalità, suscitando partecipazione, paragone, assimilazione. Nello stesso tempo, tuttavia, quello stesso oggetto deve essere mostrato come assimilabile, cioè inerente al campo del soggetto che apprende: deve avere le sue ragioni a entrare nello spazio della interiorità di chi sta imparando.
La memoria è dunque collegata all’interesse e, conseguentemente, l’interesse all’attenzione.

Il controllo della conoscenza di un determinato ambito del sapere umano (quello che solitamente definiamo “materia di studio”) è inseparabile dall’attenzione. Infatti per apprendere (come per la memoria) occorre rendersi conto di “stare apprendendo”, che significa “stare attenti”.

E anche nel caso dell’attenzione che dovrebbe condurre all’interesse, che dovrebbe facilitare la memoria, le tecniche non mancano. La didattica scolastica è piena di suggerimenti, tanto buoni quanto inutili. Per esempio, si spezzettano gli argomenti portanti delle materie in sotto-argomenti, a loro volta articolati all’infinito in “argomentini”. Si ha paura della sintesi, si temono i nuclei troppo complessi e ardui. Conclusione: si frammenta il sapere e si infila tutto nel becco delle studente in un disordine di tasselli che poi lui dovrà ricomporre nel mosaico della sua memoria. Risultato: i ragazzi non ricordano, perché gli “argomentini” non interessano.

La scrittrice e poetessa Cristina Campo ne Gli imperdonabili, ricordava: “La vera attenzione non conduce, come potrebbe sembrare, all’analisi, ma alla sintesi che la risolve, al simbolo e alla figura – in una parola al destino. L’analisi può diventare destino quando l’attenzione, riuscendo a compiere una sovrapposizione perfetta di tempi e di spazi, li sappia ricomporre, volta per volta, nella pura bellezza della figura. L’attenzione è il solo cammino verso l’inesprimibile, la sola strada al mistero. Infatti è solidamente ancorata al reale, e soltanto per allusioni celate nel reale si manifesta il mistero…davanti alla realtà l’immaginazione indietreggia. L’attenzione la penetra invece, direttamente e come simbolo (pensiamo ai cieli di Dante, divina e minuziosa traduzione di una liturgia)”.

L’attenzione ha bisogno di simboli, di sintesi. Il ricorso a Dante giunge a proposito, come dimostra l’attenzione che il poeta nazionale ha suscitato in tanti giovani, di tutti i livelli di istruzione che, tramite la scuola e anche nonostante essa, lo apprezzano e lo ricordano, fino a cimentarsi nella recitazione delle cantiche del divino poema in strada, nelle piazze, nelle stazioni. Anche per la matematica (la bestia nera degli studenti) vale lo stesso principio: non piace lo spezzatino, ma la simbolizzazione che ne fonda la sostanza. Per ricordare bene non è necessario fare i coriandoli con il sapere, ma piuttosto cimentarsi con le cattedrali.

Diesse – Innovazione e didattica

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