Il vescovo Spreafico incontra la comunità Rom


“L’amicizia tra noi aiuta a superare i problemi e le difficoltà. Ci siamo incontrati per dirvi che vi vogliamo bene e vi siamo vicini”. Con queste parole S. E. Mons. Spreafico ha voluto concludere l’incontro di giovedì 24 marzo nella bella sala di Castelmassimo, dove ha potuto conoscere alcune famiglie Rom e ascoltare il cammino percorso insieme ai loro amici che in questi anni li hanno affiancati e sostenuti. Con un impegno concreto e paziente, infatti, la Caritas diocesana, i volontari, alcuni sacerdoti, diversi rappresentanti delle istituzioni presenti sul territorio (come il Comune di Pofi, quello di Frosinone, i servizi sociali e così via) hanno costituito una rete di solidarietà: grazie a loro gli zingari ormai da anni abitano in una casa vera e propria. Lo ricordano le giovani coppie Rom: la fuga dalla Croazia o dalla Macedonia, mentre il sogno della coabitazione jugoslava andava in frantumi e a farne le spese erano proprio le minoranze più deboli. Gli echi lontani della seconda guerra mondiale, quando mezzo milione di persone furono sterminate in quanto “zingari e asociali”.   “Non esistono le razze -ha insistito il vescovo- apperteniamo all’unica famiglia umana, anche voi avete diritto ad una casa, ad un lavoro, ad una vita dignitosa, come tutti”. Poi una vita ai margini in un’Italia ricca e razzista, l’esperienza tragica del campo nomadi, “un prato marcio e fangoso dove mancava tutto: l’elettricità, l’acqua, soprattutto la scuola per i tanti figli”, racconta commosso un giovane uomo padre di 5 ragazzini, il più grande di 16 anni, che segue la conversazione con un silenzio composto e partecipe. La metà dei Rom immigrati presenti in Italia non supera i 18 anni, l’età media è simile a quella di un Paese del terzo mondo, dunque un popolo di bambini che incute paure ataviche e irrazionali. A vederli così, seduti, puliti e ordinati, gli occhi che si illuminano quando si parla della scuola, non fanno paura, ma suscitano simpatia. “A me piace la matematica!” esclama una bambina, non riuscendo a trattenere la gioia di andare ogni giorno in classe districandosi tra libri e quaderni e non più tra topi e miseria. E quando la mamma non riesce a comprare il compasso, può contare sui suoi amici “gaggè”, i non-zingari, avendo imparato a superare la diffidenza e a garantire un futuro migliore ai suoi sette figli proprio attraverso l’educazione. Vari di loro sono stati accompagnati al battesimo, a testimonianza di un legame profondo che si è creato nei centri piccoli e grandi dove risiedono. Il presente non è privo di problemi, ma ci sono segni di speranza: abitando in una casa normale è più facile seguire le complicatissime pratiche per i documenti, il vero ostacolo per ottenere un lavoro. E Nenad sogna già di aprire un’officina da carrozziere, mentre il fratello lavora in una serra, un’altra donna fa le pulizie e altre ancora frequentano le scuole serali. “Quando avremo un  mestiere stabile, potremo  comprarci una casa tutta nostra, così gli alloggi torneranno a disposizione di chi è più povero di noi, italino, Rom o straniero che sia”, afferma sicura un’altra donna, mentre il direttore della Caritas e il sindaco di Pofi raccontano del loro impegno comune per garantire i diritti più elementari a queste famiglie. Avendo vinto la battaglia per la casa, non sono destinate per forza ad essere “nomadi”, termine dispregiativo che non corrisponde al loro fortissimo desiderio di integrarsi. La sinergia tra istituzioni, volontariato, Chiesa e gli stessi Rom a Frosinone e in provincia dimostra che è possibile superare la gestione fallimentare dei campi-ghetto purtroppo ancora perseguito da molti comuni, vicini e lontani. E’ sicuramente un modello che smentisce politiche miopi prive di speranza e di lungimiranza, un modello da imitare e da espandere sul tutto il territorio nazionale.

 

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