Natale 2010, gli auguri di mons. Spreafico


Mi chiedo che cosa significa il Natale oggi, come lo vivono le famiglie in difficoltà a causa della crisi economica, come lo vivono gli anziani soli, quelli in istituto. Soprattutto mi chiedo che cosa significa per i poveri del mondo in una società materialista come la nostra, dove contano le cose che si hanno, il denaro, la ricchezza, il benessere personale, in cui non si parla che di noi stessi, dove persino chi vive senza particolari problemi si abitua a sentirsi vittima di un mondo ingiusto, nel quale i colpevoli sono sempre gli altri. Quanto è difficile che uno si chieda: ma io che posso fare per rendere la vita e il mondo migliori? Natale è innanzitutto una domanda rivolta a noi, ai cristiani per primi, ma direi a tutti, visto che anche i non credenti lo festeggiano. E’ la domanda di Dio, che si è talmente umiliato e abbassato da venire in mezzo a noi, da farsi uno di noi, un piccolo, un povero, perché Gesù viene come un povero e come i poveracci non è accolto da nessuno. A Betlemme non ci fu posto per lui, come recita il Vangelo di Luca.

Oggi pessimismo e rassegnazione sembrano le espressioni più comuni del nostro convivere. E’ cresciuto lo spirito di contrapposizione, si assiste a tanta prepotenza e anche a una violenza diffusa nel parlare, nel modo di trattarsi. La speranza e la passione per il cambiamento sembrano affievolirsi.   Anche nella politica e nella società civile talvolta si è presi da un senso di impotenza di fronte ai gravi problemi del nostro territorio, proprio oggi messi di nuovo in luce dalle statistiche sulla situazione della nostra provincia. Forse si deve lavorare di più insieme, in sinergia, mettendo da parte i propri interessi e personalismi, quello spirito di contrapposizione e quella rivalità che contraddistinguono la nostra società, per perseguire il bene comune.  Devo dire che talvolta è desolante vedere come i progetti non vanno avanti, non solo per la burocrazia, ma per la scarsa convinzione e l’incapacità e rinunciare a qualcosa di sé e a lavorare con gli altri. L’orizzonte del vivere si restringe di giorno in giorno. I mondi lontani non entrano nei nostri. Chi conosce la tragedia di quei poveri profughi eritrei respinti dal nostro paese e ora in mano a dei predoni nel deserto del Sinai? Se non ne parlasse ogni giorno Avvenire, per noi non esisterebbero. Chi parla dei poveri, che sono diventati solo un problema di sicurezza nazionale? E che dire dei rom? Che spazio hanno nella nostra vita gli stranieri o gli anziani, soprattutto quelli che sono in istituto? Ho chiesto alle parrocchie di preoccuparsi di loro. Lo chiederò anche nella mia lettera pastorale che uscirà per Natale. Ho chiesto questa attenzione anche alla Presidente della Regione Lazio Renata Polverini, ribadendo che non è possibile ridurre così drasticamente i posti in riabilitazione (da 273 a 132), e ho avanzato la proposta di un’adeguata presa in carico dell’assistenza domiciliare agli anziani onde evitare l’istituzionalizzazione. So che c’è stata una certa attenzione a queste mie preoccupazioni, e confido che si arrivi a dei risultati effettivi.

Eppure Natale è un giorno che apre alla speranza, ci dice che qualcosa di nuovo e di diverso può ancora accadere. Ce lo comunica a partire da un piccolo, un bambino. Cari amici, Gesù viene nel mondo come un povero. Che cosa era Nazaret, chi erano Maria e Giuseppe nel grande impero romano? Niente. Eppure proprio da lì venne qualcosa di straordinario. Vorrei dire a tutti che anche oggi può venire qualcosa di straordinario da ognuno di noi. Non esiste Natale senza riscoperta di questo fatto essenziale.  Perciò anche quest’anno insieme a tanti volontari e alla Comunità di Sant’Egidio, che da più di 25 anni fa questo pranzo proprio il giorno di Natale in 70 paesi del mondo, parteciperò al pranzo di Natale con i poveri nella Chiesa di San Francesco a Ferentino. Perché in una Chiesa? Quale accoglienza migliore a Gesù che quella di far sedere i poveri con lui nel luogo dove la comunità cristiana lo accoglie? Altre due iniziative della Caritas diocesana si terranno sabato 18 e domenica 19, proprio per sostenere le persone in difficoltà. Ve ne palerà Marco Toti. Come ogni anno, andrò in carcere dove passerò a salutare tutti i carcerati, e infine in ospedale. Quest’anno distribuiremo ad ogni carcerato, oltre al tradizionale calendario molto utile per chi spesso perde la cognizione del tempo, un bel giubbotto con imbottitura di pail per proteggere dal freddo. Ringrazio il Direttore del carcere per averci permesso di consegnarlo personalmente a tutti.

Insomma, il Natale è innanzitutto un dono all’umanità. Vorrei che tutti imparassero a dare un po’ di sé agli altri, a partire da chi ha più bisogno. Non si può vivere solo per avere e possedere, altrimenti si vive tristi, perché la tristezza, oltre che conseguenza delle difficoltà, è anche causata dall’egoismo. Non lasciamo morire la speranza che oggi nasce per noi e per il mondo. Anche da un piccolo uomo e una piccola donna, da un posto minore, una piccola città o paese, può nascere qualcosa di nuovo, qualcosa di straordinario.

Con questi sentimenti auguro a tutti voi un Natale bello, gioioso. Che ognuno incontri Gesù e lo riconosca nei poveri e nei deboli. Auguro anche a chi non crede di vivere un Natale dove ci sia umanità e attenzione ai deboli. Il Signore porti pace alle vostre famiglie, soprattutto a quelle più in difficoltà, sostegno ai disoccupati e ai cassintegrati, amicizia agli anziani, guarigione ai malati, speranza ai piccoli e ai giovani.

+Ambrogio Spreafico

vescovo di Frosinone – Veroli – Ferentino


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