È tempo che il mondo esca dal gelo, a 9 anni da quell’11 settembre



A nove anni dagli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 le immagini di quella tragedia sono ancora nei nostri occhi. Restano qualcosa di assurdo. Il mondo rimase attonito: accadeva qualcosa di troppo grande, quasi impensabile. La prima reazione fu il senso di vuoto che prende davanti a catastrofi di enorme portata. Poi arrivò la giusta risposta: «Siamo tutti americani». Si sviluppò una corrente di solidarietà e simpatia grande verso gli Usa. Lo slogan, accompagnato dalle immagini dell’eroismo dei vigili del fuoco di New York, interpretava un sentimento diffuso di vicinanza ma anche di identificazione con il popolo americano.

Poi si aprì il tempo della risposta armata al terrorismo. C’era un nemico, con ramificate complicità, che voleva distruggere la nostra civiltà. Si diede inizio alla guerra, prima in Afghanistan, quindi in Iraq. A contrastarla ci fu un vasto movimento: manifestazioni per la pace mai viste prima di allora, con 150 milioni di persone scese in piazza in duecento città del mondo. Ma il veleno del disprezzo e dell’odio aveva ormai contagiato il mondo. Forse è quello che i terroristi volevano: una vittoria dell’odio. Lo «scontro di civiltà» sembrò la cifra del millennio appena iniziato, nonostante la voce di Giovanni Paolo II che, in quei momenti di spaesamento collettivo, non cessò mai di opporsi alle logiche di guerra e di scontro. Tutti ricordiamo la preghiera per la pace tra le religioni da lui convocata ad Assisi nel gennaio 2002.

Sono passati nove anni difficili. Si è urlato, ci si è combattuti, si sono cercati nemici, ma soprattutto si è stati presi dal pessimismo e dall’idea che lo scontro fosse inevitabile. Eppure le guerre avviate non hanno segnato una stagione nuova. L’Iraq si è liberato da un dittatore sanguinario, ma resta preda della violenza e ora lo scenario si fa più incerto con il ritiro delle truppe americane. Anche per i cristiani di quell’area i tempi si sono fatti più difficili, tanto che il loro numero è drammaticamente diminuito. L’Iran si sta imponendo come potenza regionale in forza del suo preoccupante programma nucleare e della forza della Shi’a pur in Paesi a maggioranza sunnita. E l’Afghanistan si dimostra un buco nero della geopolitica, come già molte volte negli ultimi due secoli.

Tuttavia, le conseguenze malate dell’11 settembre sono anche nell’animo dei popoli. La freddezza con cui è trattato oggi il Pakistan, sofferente per le alluvioni, è il frutto di un progressivo allentamento dello spirito di solidarietà internazionale, nella diffidenza e nel distacco. Un discorso simile si può fare per numerose altre aree del mondo.

Oggi, dopo nove anni e, soprattutto, un numero elevatissimo di vittime, è venuto il tempo di superare la logica del nemico e della contrapposizione, recuperando la legalità internazionale, per dedicarsi a sfide più urgenti. Il campanello d’allarme è la grave crisi economico-finanziaria che ha colpito il mondo, svelando le fragili basi su cui si posa l’architettura internazionale globale. C’è poi una patologia da curare, quella dello spirito di popoli divisi, arrabbiati e confusi, che temono il futuro.

La nuova iniziativa di pace per la soluzione del lunghissimo conflitto tra israeliani e palestinesi, apertasi pochi giorni fa a Washington, sembra essere un segnale di speranza dopo questi tormentati anni segnati dalle tristi conseguenze dell’11 settembre. Ma, soprattutto, c’è da invertire la logica dello scontro e far prevalere le ragioni dell’incontro e del dialogo, le uniche che possono riaprire una stagione di solidarietà con chi soffre ingiustamente per la spaccatura del mondo lungo i suoi assi cardinali: Nord-Sud, Oriente-Occidente. Una crisi troppo lunga e troppo profonda.

Marco Impagliazzo

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