Perché una persona speciale?


Mons.  Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone – Veroli – Ferentino, ci ha dato il testo della sua omelia

Isaia 40, 6 – 11; Mt 25, 14 – 30

Care sorelle e cari fratelli, cari Vittoria e Pietro, ci siamo stretti insieme nella casa di Dio per accompagnare il nostro caro Francesco nel suo ultimo tratto di strada da questo mondo al Padre, anche se lui già lo ha percorso ed è giunto là dove il Signore lo ha atteso e accolto.

Aveva appena compiuto ventidue anni. È difficile accettare la morte, la grande nemica dell’uomo, entrata nel mondo per invida del diavolo, molto più quando essa colpisce la vita di un giovane. Di fronte ad essa davvero tutti scopriamo, come dice il profeta, che «ogni uomo è come l’erba e tutta la sua gloria è come il fiore del campo» e restiamo muti, senza parole e senza risposte. Siamo donne e uomini deboli, al di là dei protagonismi facili e del senso di sé che talvolta caratterizza la vita di ogni giorno, al di là della gloria e del consenso su cui si gioca tanta parte della vita. Francesco non ha mai cercato la gloria né l’approvazione degli altri, anche se ne avrebbe avute le ragioni. Suonava bene, era già affermato e conosciuto. E’ rimasto un giovane normale, con una fede se vogliamo semplice, nutrita dalla partecipazione alla Messa della domenica, che ha fatto maturare in lui un senso degli altri, del vivere con gli altri e per gli altri. Da quando era stato giovanissimo nell’Azione Cattolica ragazzi e poi giovane educatore nell’Azione Cattolica. Sapeva voler bene e farsi voler bene. Per questo aveva molti amici. Lo mostrate tutti voi che siete qui, soprattutto voi più giovani che lo avete conosciuto e lo avete accompagnato nella sua breve malattia con amicizia e affetto.

Ho letto le vostre parole su Facebook, dove già lunedì pomeriggio era nato il gruppo “Per ricordare una persona speciale”. Vi chiedo: perché speciale? Voi mi dareste tante risposte: suonava meravigliosamente, era coinvolgente (tutti lo ricordano alla Gmg di Colonia), simpatico, e quanto altro di potrebbe dire. Ma perché speciale? Francesco era speciale perché ha voluto vivere con gli altri e per gli altri; non si è lasciato trascinare dal vangelo di questo mondo che ti ripete «pensa a te stesso», «vivi per te stesso», «fai il tuo interesse», ma ha fatto una scelta, quella di un credente, uno che ha creduto che il Vangelo di Gesù, che ci chiama all’amore per gli altri, rende felici e fa vivere. Per questo Francesco voleva vivere e nell’aggravarsi della malattia non ha mai smesso di lottare. Non ha sotterrato i talenti che il Signore gli aveva dato, non si è fatto dominare dalle facili illusioni della vita di un giovane, ma ha scelto di vivere. E per lui, vivere era amare. Per questo era simpatico, mai litigioso in una società dove tutti litigano con tutti. Sapeva che il Signore non lo aveva lasciato da solo. Alla mamma, pochi giorni prima di morire, aveva detto: «certo che il Signore ne dà di mazzate, ma anche tante consolazioni». E si riferiva all’amore della sua famiglia e dei tanti amici che lo circondavano. Anche nei momenti di maggiore dolore, mai perdeva la serenità. Uno dei medici aveva detto al padre «il vero miracolo è il modo in cui Francesco affronta la malattia».

Cari amici, oggi Francesco, anche se ci lascia sgomenti, quasi senza parole, non è scomparso da noi. Lui ci lascia una grande eredità di simpatia e di amore, fondata su una fede semplice ma viva. La fede non è qualcosa di astratto o di inutile e arcaico, come talvolta capita di pensare. La fede è consapevolezza della presenza di Dio, è amicizia con Gesù, ascolto della sua Parola , è amore. Il vero miracolo di Francesco è la simpatia travolgente di un credente, che ha scelto di non vivere per sé, di non inseguire vane illusioni. Ha scelto di spendere i talenti di amore che il Signore gli aveva dato. A ognuno di noi sono stati affidati dei talenti, fosse uno solo, ma nessuno ne è senza. Francesco ci ammonisce: non sotterrare per paura il talento che ti è dato, non spenderlo per te, perché rischi di rimanere triste e senza nulla fra le mani. Non farti trascinare dall’abitudine e dall’egoismo. «Bene, servo buono e fedele. Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone». Noi siamo certi che il Signore ha accolto Francesco con queste parole e lo ha fatto partecipe già fin da ora della vita eterna, nell’attesa che risorga con il suo corpo trasfigurato nell’ultimo giorno. Sì, come ha scritto qualcuno di voi su Facebook, oggi che Francesco è diventato come un angelo, ci protegge, protegge la sua famiglia, i suoi amici, tutti noi, questa nostra diocesi e questa nostra terra.

Cari amici, la Bibbia dice che solo l’amore è forte come la morte. Noi cristiani ci crediamo. L’amore del Padre ha vinto la morte e ha risuscitato il figlio Gesù. Ma la vittoria sulla morte può cominciare fin da oggi, nella vita di ogni giorno, ogni volta che noi scegliamo di ascoltare il Signore e di amare. Il mondo ha bisogno di gente come Francesco, simpatica, buona, capace di voler bene. E l’amore può aiutarci a vivere insieme come amici. Nel dolore di un amico abbiamo scoperto che è bello essere insieme e non divisi, non l’uno contro l’altro né l’uno senza l’altro. Quanto ha fatto la sofferenza di un giovane non lo distrugga l’egoismo della vita! Uno degli ultimi giorni, a don Franco, che lo ha accompagnato nella malattia, Francesco ha detto che offriva la sua sofferenza e la sua vita per i giovani di Ceccano, perché anche loro potessero scoprire il segreto di vita che lui aveva scoperto seguendo Gesù. Lo lascia a voi, cari giovani. Ricordatelo!

Cari amici, mentre affidiamo alla misericordia di Dio questo nostro fratello, preghiamo per la sua famiglia perché sia consolata nel dolore e per noi tutti, perché custodiamo nel cuore le parole del Vangelo che abbiamo ascoltato e che Francesco ci lascia in eredità proprio oggi che iniziamo il tempo di Quaresima. Chiediamo al Signore la grazia del cambiamento del cuore e della vita, per imparare a vivere non per noi stessi, ma per Lui che è morto e risorto per noi.

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