Mons. Boccaccio e la cattedra dei poveri


Marco Toti e Gianni Guglielmi, direttori rispettivamente  della caritas diocesana e dell’ufficio catechistico, ricordano così mons. Boccaccio

FROSINONE_ Hanno lavorato con lui, fianco a fianco in questi anni, condividendone gioie e delusioni. <<Era una personalità fortissima – ci dice Marco Toti, direttore della Caritas diocesana – Era facile scontrarsi con lui con una dialettica molto forte perché non si tirava mai indietro davanti ai problemi che la storia gli poneva di fronte. Ci siamo trovati spesso ad affrontare problemi difficili che generavano apprensione e di fronte ai quali le risposte non erano sempre semplici e chiare. Ma  – continua Toti – tutto era riportato alla totale sintonia dalla sua passione per il Vangelo, che superava ogni cosa. Era sempre capace di condurti a vedere dentro i fatti della vita, anche quelli più materiali, la presenza di Gesù Cristo>> Abbiamo chiesto a Toti di identificare un’idea forza di questi 9 anni di episcopato. Non ha dubbi: <<la cattedra dei poveri, il mettere sulla cattedra del vescovo gli ultimi, e i piccoli e i poveri che devono insegnare ai cristiani dove e come vivere il vangelo. Mons. Boccaccio – ci dice Toti  – simboleggiava questa idea con i tre tabernacoli: la Parola di Dio, l’Eucaristia e il culto, i poveri. La presenza di Cristo in tutte queste situazioni non era accessoria ma sostanziale. Boccaccio – ci ricorda Toti – si gettava a capofitto dentro ogni questione:  prostitute fabbriche, poveri, rom, carcerati, ospedale e mai con parole di circostanza, fino all’ultimo intervento,  alla CSTnet in carrozzella, per portare il vangelo ad illuminare quella situazione critica di vita>> Anche Gianni Guglielmi, direttore dell’Ufficio catechistico della  diocesi, è d’accordo con la <<profonda sensibilità umana di mons. Boccaccio ed una straordinaria  capacità di empatia, derivante da un  autentico amore per l’uomo, soprattutto per il debole. Il mio  – ci dice – è stato l’incontro con un uomo di profonda e autentica fede, “sensore”, come lui lo definiva, per leggere ed interpretare in modo sapienziale i fatti della vita,  alla luce del vangelo. Mons. Boccaccio –continua Guglielmi – ha amato profondamente la nostra chiesa diocesana e il nostro territorio, spendendosi senza riserve. Mi ripeteva spesso non voglio rischiare di morire in pantofole, voglio finire i miei giorni sull’esempio di Gesù, lavorando per la costruzione del Regno di Dio, nella sua Chiesa. Ho collaborato con don Salvatore come direttore dell’Ufficio catechistico: sono un laico e quella di mons. Boccaccio è stata una scelta non comune per una diocesi, uno dei segni di quella che don Salvatore chiamava una Chiesa tutta ministeriale. Con lui – ci dice, commosso, Gianni Guglielmi – ho imparato a stare nella chiesa da laico “maggiorenne”, con una fede “adulta e pensata”>>.  E Guglielmi ci dà anche due ricordi personali: << Don Salvatore che abbraccia la sua gente, che abbraccia e coccola i miei figli… e Don Salvatore sofferente fisicamente ma con la serenità del cuore che  ci ripete:dobbiamo ringraziare sempre, anche quando è difficile, e continuare a ripetere “Grazie, papà!”. Un uomo di Dio che mi ha aiutato ad approfondire non solo la bellezza del vivere, ma anche quella del soffrire e del morire nella libertà dei figli di Dio>>.

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