Siamo seduti su una miniera d’oro energetica, eppure preferiamo guardare altrove. L’Italia vanta un primato storico: nel 1904, a Larderello, abbiamo inventato lo sfruttamento industriale del calore terrestre. Oggi, mentre l’Europa cerca disperatamente l’autonomia energetica, il nostro Paese sembra aver messo questa risorsa in “letargo istituzionale”. Ma perché non esiste ancora un piano nazionale? Il problema non è la mancanza di calore, ma una tempesta perfetta di ostacoli strutturali. C’è il rischio minerario: perforare costa milioni e nessuno garantisce il successo al primo colpo. In Francia e Germania, lo Stato offre garanzie finanziarie per coprire le perdite in caso di pozzi improduttivi. In Italia, l’imprenditore è lasciato solo, rendendo l’investimento troppo rischioso per i privati. C’è poi la Sindrome NIMBY e la paura per cui la resistenza delle comunità locali è feroce. Si temono sismicità indotta e inquinamento delle falde. Eppure, le moderne tecnologie a ciclo chiuso (ORC) sono sicure, silenziose e a emissioni zero, poiché restituiscono al sottosuolo tutto il fluido estratto senza rilasciare vapori in atmosfera. Ci sono poi la burocrazia e la frammentazione: senza una regia centrale, l’iter autorizzativo è una “via crucis” che dura anni tra regioni e ministeri. Questa incertezza temporale allontana i grandi fondi internazionali, che preferiscono mercati con regole chiare e tempi certi. L’assenza di un Piano Nazionale Geotermico impedisce di guardare oltre i confini della Toscana, mentre Campania, Sicilia, Lazio e persino i fondali del Tirreno offrono potenzialità enormi ancora inesplorate. Senza contare la geotermia a bassa entalpia, il calore scambiato da un sistema in trasformazioni a pressione costante, che potrebbe rivoluzionare il riscaldamento domestico in ogni città, riducendo drasticamente la dipendenza dal gas. Continuiamo a considerare il calore della Terra come una risorsa di serie B, mentre è l’unica fonte rinnovabile capace di produrre energia 24 ore su 24, costante, pulita e indipendente dalle condizioni meteo. Il futuro della nostra indipendenza energetica è proprio sotto i nostri piedi, ma per raggiungerlo serve il coraggio politico di scavare oltre i pregiudizi.

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