di Vittorio Ricci

La casa dove sono nato, in via Sant’Antonio a Vallecorsa. Sono nato tra mura che avevano già assorbito il peso del sacro e il calore dell’impossibile. La mia prima culla è stata una stanza in via Sant’Antonio, a Vallecorsa, quasi alla fine della strada, proprio dove il “Monte della Terra” si affaccia come un balcone sulla valle. Ancora oggi, mi basta pensarci per sentire un brivido: sapere che i miei primi respiri sono avvenuti nello stesso luogo in cui Laura Franceschini e le tre sorelle, Maria, la mia bisnonna Palma ed un’altra di cui non ricordo il nome (coniugata Lauretti), avevano intrecciato una vita fatta di fede silenziosa e dedizione quotidiana.
In quella casa — che i miei genitori avevano scelto come loro prima dimora — la santità non era un concetto astratto. Era una presenza di casa, concreta, quasi tangibile.
Proprio tra quelle stanze si era compiuto il miracolo. Maria, ormai provata nel corpo, e per questo costretta ad uscire dal convento, era stata condannata da un luminare della medicina: un uomo ateo, incapace di vedere oltre la carne, che aveva deciso per l’amputazione della sua gamba. Ma tra quelle pareti la fede superò il verdetto della scienza. Al tocco del bastone del taumaturgo San Rocco, la carne tornò sana e il male si ritirò, lasciando il medico nell’incredulità e la nostra casa segnata per sempre dal sigillo del prodigio.
Per Laura, però, la santità non aveva nulla di eccezionale. Era una faccenda quotidiana, sobria, fatta di gesti semplici e di una dignità che non vacillava mai. La mattina del 23 gennaio 1944 uscì da quel portone diretta alla chiesa di Sant’Antonio Abate, il tempio dei Missionari del Preziosissimo Sangue voluti a Vallecorsa da San Gaspare del Bufalo e dal Beato Giovanni Merlini. Camminava sulle orme di Maria De Mattias, che tra quelle stesse pietre aveva acceso il suo primo fuoco. Era domenica, il giorno di Santa Agnese, e il cielo sopra Vallecorsa smise di essere un manto azzurro per trasformarsi in uno squarcio di fuoco, mentre a pochi chilometri di distanza, sulle spiagge di Anzio, la storia del mondo stava cambiando volto.
Quando il rombo degli aerei coprì il canto e le bombe iniziarono a divorare la pietra — lasciando a terra quasi cento morti — il mondo si capovolse. Mentre la folla cercava scampo, Laura fece la scelta opposta. Non fuggì. I suoi passi andarono verso l’altare, verso quell’Ostia rimasta sola sul lino. Fragile baluardo di carne contro l’urlo della guerra, si lanciò per salvare il Calice, decisa a non permettere che la Presenza Viva venisse profanata.
Fu ritrovata tra le macerie, ancora stretta al vaso sacro, da suo nipote Eugenio Vittorio Ricci. Ex militare temprato dall’Africa e scampato ai rastrellamenti tedeschi, Eugenio era tornato a Vallecorsa come richiamato da un appuntamento col destino. Fu lui a raccoglierla, come un fiore intatto tra le rovine, e a tentare una corsa disperata verso l’ospedale di Anagni: cinquanta chilometri di agonia tra polvere e paura, alla fine dei quali lo spirito di Laura varcò la soglia dell’eterno.
Dopo quel giorno, Vallecorsa divenne un paese fantasma. La gente si rifugiò tra pagliai e grotte, aspettando tra fame e gelo la fine del conflitto e l’orrore che sarebbe arrivato con le truppe coloniali. Ma il gesto di Laura rimase lì, come una luce ostinata accesa nelle viscere della terra.
Oggi, guardando a quella casa in via Sant’Antonio dove sono nato, capisco che quelle mura non erano fatte solo di calce e pietre.
Erano il guscio di una fede che non crolla quando cadono le bombe. Laura non è stata solo una prozia che ho conosciuto attraverso i racconti familiari o un semplice ricordo del passato: è la luce che ha abitato le mie stanze prima di me, la martire mite che ha scelto di esalare l’ultimo respiro abbracciata al suo Re, lasciando a noi il compito sacro di custodirne la memoria.
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