Il terremoto avvenne la sera del 23 novembre 1980 alle ore 19:34 locali. La scossa principale fu di magnitudo M 6.9 con epicentro tra le province di Avellino, Salerno e Potenza. Colpì una vasta area dell’Appennino meridionale con effetti devastanti soprattutto in Irpinia e nelle zone adiacenti delle province di Salerno e Potenza. L’area dei massimi effetti fu molto estesa comprendendo le alte valli dell’Ofanto e del Sele a nord e le alte valli del Sabato e del Calore a sud, fino alla montagna salernitana e potentina. Danni estesi si verificarono anche in alcune zone della Puglia e in tutta la Campania e la Basilicata. La scossa fu percepita in quasi tutta l’Italia peninsulare dalla Sicilia Orientale alla Pianura Padana ed ebbe i suoi massimi effetti distruttivi (grado X scala Mercalli) in 6 paesi: Conza della Campania, Lioni e Sant’Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino; Castelnuovo di Conza, Laviano e Santomenna, in provincia di Salerno. Distruzioni estese a oltre il 50% del costruito (grado IX scala Mercalli) furono osservate in altri 9 comuni: 7 in provincia di Avellino e 2 in provincia di Potenza. In più di 490 comuni e località il terremoto causò crolli, gravi lesioni e danni più lievi (gradi VIII-VI scala Mercalli). Ci furono quasi 3000 morti. Fu Una tragedia ma anche un grande sforzo di solidarietà: il terremoto dell’Irpinia, 23 novembre 1980, fu per tanti di noi giovani di allora, io avevo 26 anni, un modo per mettersi a disposizione del Paese. Ricordo ancora le riunioni affollate nella sala consiliare del comune di Ceccano, di cui ero consigliere, con il sindaco Papetti, con Rico Gizzi, con Tommaso Bartoli, scomparso proprio qualche giorno fa, grande animatore della solidarietà, con l’organizzazione dei soccorsi, la raccolta delle coperte, dei vestiti, dei generi alimentari, il camion del comune che venne caricato fino all’inverosimile e poi la partenza verso le zone colpite, in cui non c’era organizzazione dei soccorsi, non si sapeva nemmeno dove portare la roba raccolta. Ma, nonostante quella disorganizzazione che diede poi vita alla Protezione Civile Nazionale, ci misurammo con la necessità di soccorrere quelli che stavano in difficoltà. E lo facemmo tutti insieme, senza alcuna distinzione di parte. Fra i morti anche il vescovo di Frosinone, mons. Federici, che fu travolto dalla sua casa natale a Castelgrande in Basilicata. Donammo il sangue, quando ancora non esisteva la cultura dei donatori, ci impegnammo perché non si poteva non fare nulla. Fu una grande esperienza di solidarietà civile. E poi nei mesi successivi l’impegno con l’Azione Cattolica Italiana che mise a disposizione la sua casa per i campi estivi, ad Acerno, per sostenere quelle popolazioni.
Potete trovare qui la story map preparata dall’INGV

Scopri di più da Pietroalviti's Weblog
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
La mia famiglia ospitò per un po’ la famiglia del fratello della signora schiara,erano i genitori e una figlia di campagna nel salernitano,ed io ancora sto in contatto con loro