di Andrea Malaguti, direttore de La Stampa

Viviamo a lungo, ma siamo sempre più soli, sempre più anziani, sempre più sfiduciati. Abbiamo paura di tutto. Guerre, malattie, crisi economiche, distruzione del welfare, bugie che troviamo in rete e che rimbalzano come virus fuori controllo nel nostro quotidiano. Passeremo il tramonto dei nostri giorni in miniappartamenti, abbandonati a noi stessi, o in una Rsa, banalmente perché non avremo parenti, perché non mettiamo al mondo più figli. Spaventoso. Che ci facciamo con questo macro-ritratto del declino? Lo subiamo, incrociamo le dita o cambiamo rotta? Ci arrivo. Ma prima mi rifugio in due storie, che vanno ostinatamente in senso contrario. Una è piccola, personale, capitata qui, a Torino, in via Lugaro, fuori dal giornale. Sono le sette di sera, esco per andare a prendere qualcosa contro il mal di testa in farmacia. Mi passa di fianco un signore anziano (tra gli ottanta e gli ottantacinque direi a occhio), un cappotto leggero, le mani lunghe, eleganti, dei vecchi mocassini, molti capelli bianchi spettinati dal vento gelido. Ha le lacrime agli occhi, il respiro affannoso, sento che tra i denti mastica sempre le stesse parole: «Dove sei, dove sei, dove sei?». Gli dico: «Mi perdoni, la posso aiutare?”. Lui mi guarda implorante e sottovoce risponde: “Sì, ho perso mia moglie».
È una frase strana, può volere dire molte cose. Lui capisce il mio stupore e aggiunge: «È uscita di casa di nascosto, ha l’Alzheimer, potrebbe essere ovunque». Si incammina verso piazza Nizza, io lo seguo istintivamente. Ha le gambe magre, eppure solide, che all’improvviso gli consentono di accelerare il passo. Si illumina: «Laura, Laura, Laura». L’ha vista. Vicina all’edicola. Lei ha visto lui. Le corre incontro ed è bello e strano il modo lento e velocissimo in cui corre. La stringe tra le braccia e lei lascia fare, si fida, lo sente quel corpo amico. Lui dice: «Tesoro, non prendere freddo, ti porto a casa». E le sistema i capelli con la mano. Laura ha un sorriso rilassato, lo sguardo lontano, tranquillo, lo segue docilmente, aggrappata al suo braccio. Passano di fianco a me e lui, senza guardarmi, sussurra una frase mi che lascia secco: «La amo da 65 anni». Il mal di testa è sparito. Invidio quella donna (lo so, è cretino, eppure). E invidio lui. La sua voce bassa. Il suo amore che non finisce. La sua capacità di cura. Ci sono le statistiche, vero. Poi ci sono gli individui. Le storie personali. Qualcuno è fatto anche così. Si salva a bassa voce. Ci salva a bassa voce.
La seconda storia, diversa, cattiva. Se n’è parlato giustamente molto. Ancora Torino. Questa volta Corso Unità d’Italia, un vialone che arriva sparato nel cuore della città. Un uomo di 47 anni, Marco Nebiolo, noto professionista, guida la sua auto verso casa. Arrivato a un semaforo fa la cosa giusta: si ferma al giallo. La macchina che lo segue lo tampona. A bordo ci sono tre persone sovraeccitate, già in lite tra loro. Una guardia giurata, la sua compagna e il figlio di lei, un ragazzino di sedici anni. Scendono dalla macchina come furie e affrontano Nebiolo a brutto muso. Il ragazzino agli insulti aggiunge un cazzotto spaventoso che scaraventa Nebiolo per terra facendogli perdere i sensi. I tre se ne vanno. Qualcuno chiama un’ambulanza e Nebiolo arriva all’ospedale con un brutto trauma cranico. Secondo i medici, se avesse avuto dieci anni in più sarebbe morto. Salvini twitta: «Le norme del codice della strada non sono sufficienti a punire violenze del genere: serve il carcere». Verrebbe da dirgli che è già previsto per chi aggredisce e ferisce un altro essere umano. Ma sarebbe inutile. Lo sa bene. Se ne frega. Aspetta solo che succeda qualcosa di sgradevole per intromettersi a prescindere e dire: più galera, più manette. Come se il punto fosse quello. Non lo è. E a spiegarglielo, con una delicatezza di fronte alla quale bisognerebbe inchinarsi, arriva la moglie di Nebiolo, Manuela. Dice: «Chi ha sbagliato dovrà assumersi le sue responsabilità, ma non sarà il carcere a fare crescere quel ragazzo che ha l’età di mio figlio. Non sono stupita da lui, ma dagli adulti che erano con lui. Quando vedi tua madre che si comporta in quel modo, che urla e che insulta, e un altro uomo che non fa nulla per fermarti, pensi che sia giusto fare così». Ha ragione. I nostri figli ci guardano. Non scusa nessuno. Cerca di capire. Anche lei a voce bassa. Non ha bisogno di forca. Ha bisogno di un mondo più civile. Dà il suo contributo, individuale, in un momento in cui se schiumasse rabbia nessuno potrebbe biasimarla. Non lo fa. Non vuole farlo. «Non sono amareggiata per la strumentalizzazione di Salvini, ma, essendo lui un ministro, mi demoralizza il suo modo di alimentare e di spargere ignoranza in un Paese dove credo che ce ne sia già abbastanza». Quanto incidiamo noi, quanto incidono i nostri comportamenti individuali, di fronte alla fotografia impietosa e disperante del Censis? Molto. Perché il sonnambulismo di sistema registrato dall’istituto di ricerca, «non è imputabile solo alle classi dirigenti, ma è un fenomeno diffuso nella maggioranza silenziosa degli italiani, resi più fragili dal disarmo identitario e politico, al punto che il 56% di noi (il 61,4% tra i giovani), è convinto di contare poco nella società». Sei giovani su dieci si sentono ai margini. Un’enormità. Un’emotività depressiva, giustificata da retribuzioni sempre più basse, prospettive professionali atrofizzate, che la politica ombelicale dei nostri giorni invece di contenere con risposte mirate, amplifica, manipola e strumentalizza. Fingendo di ignorare che larga parte dei temi che considera divisivi sono stati già analizzati e digeriti da un corpo sociale che, proprio a partire dalle nuove generazioni, è mille chilometri avanti e invoca il salario minimo, lo ius soli, lo ius culturae, l’eutanasia e persino le adozioni da parte dei single in percentuali bulgare, segnalando la necessità di uno scatto culturale quale presupposto di un salto economico e di benessere condiviso. Voci nel deserto, che rendono appunto “siderale” la distanza tra le generazioni. I 18-34enni, d’altra parte, sono poco più di dieci milioni (il 17,5% della popolazione totale), mentre venti anni fa erano oltre tredici milioni (il 23% del totale) e nel 2050 saranno appena otto milioni (il 15% degli abitanti di questo Paese). Stiamo invecchiando. E lo stiamo facendo male. Torna in mente Paul Verlaine: «Sono l’impero alla fine della decadenza, che guarda passare i grandi barbari bianchi, componendo acrostici indolenti, in uno stile d’oro, dove danza il languore del sole». C’è un’aria da tregenda. Ma ci sono anche Manuela e il marito di Laura. Dobbiamo ricostruire in fretta il patto sociale. Tocca a noi scegliere che cosa vogliamo diventare e soprattutto chi vogliamo essere.
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