di Alessandro D’Avenia
«Il bambino Giorgio, benché giudicato in famiglia un prodigio di bellezza fisica, bontà e intelligenza, era temuto. C’erano il padre, la madre, il nonno e la nonna, le cameriere, e tutti vivevano sotto l’incubo dei suoi capricci, ma nessuno avrebbe osato confessarlo, anzi era una continua gara a proclamare che un bambino caro, affettuoso, docile come lui non esisteva al mondo. Ciascuno voleva primeggiare in questa sfrenata adorazione. E tremava al pensiero di poter involontariamente provocare il pianto del bambino». Così comincia un racconto di Buzzati del 1954, nel quale narra le tragiche conseguenze dell’incapacità di esercitare l’autorità da parte di adulti che, inseguendo il consenso del loro bambino, finiscono per adorarlo e quindi rovinarlo. Le pagine di Buzzati mi sono tornate in mente il 2 maggio, quando la Camera, approvando la legge che introduce un’ora di educazione civica alle elementari e alle medie, contestualmente abrogava la misura che prevedeva mezzi disciplinari come: la nota sul registro con comunicazione scritta ai genitori, la sospensione, l’esclusione dagli esami o l’espulsione. Un cortocircuito tipico del nostro tempo: potenziare un’educazione civica astratta ma depotenziare l’autorità in atto, come se il suo esercizio, chiaramente non riducibile a quelle sanzioni, significhi fare violenza.

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