di Alessandro D’Avenia
«19. Fashion, art, travel, love». «Mum of 2. Based in Milan». «Life begins at the end of your comfort zone». Quando ci imbattiamo in un profilo Instagram, le poche battute disponibili sotto la foto ci dovrebbero indicare chi abbiamo di fronte, o meglio, come vuole raccontarsi. «E voi nella vostra bio che cosa avete scritto?»: qualche giorno fa ho posto questa domanda a un gruppo di 14-15enni. La quasi totalità dei ragazzi/e di questa età ha un profilo Instagram (vi spiegheranno loro il titolo dell’articolo), e snobbano Facebook, «usato dai vecchi». Li ho provocati dicendo che dalla bio dipende tutto ciò che «vogliamo» si sappia di noi: e cioè che cosa? Molti di loro si limitano al nome e cognome (spesso una scelta molto più consapevole di quanto possa sembrare), altri segnalano le proprie cerchie di appartenenza (sportiva, scolastica, cittadina…), altri aggiungono passioni, frasi, luoghi ideali. Prevale quindi la definizione del sé attraverso appartenenze e — come spesso accade a questa età — germinali visioni del mondo. Nei più adulti invece prevale la descrizione della professione o dei ruoli: quello, cioè, che si «fa» nella vita e i traguardi raggiunti. Insomma quando dobbiamo raccontarci in poche righe emerge ciò che una cultura impone per «individuarsi», cioè essere riconosciuti come individui meritevoli di considerazione.
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