Un uomo seduto su una spiaggia fissa il mare, le sue spalle possenti sussultano come quelle di un bambino: è in lacrime. I suoi occhi sempre accesi sono ora offuscati. Così compare per la prima volta, nel poema a lui dedicato, Ulisse. L’eroe è spezzato dalla «mancanza»: «passava la dolce vita piangendo il ritorno». È a Ogigia, isola sperduta e paradisiaca, dove è naufragato di ritorno da Troia. Qui lo trattiene da sette anni la dea Calipso, che gli ha promesso l’immortalità se rimarrà con lei. Ulisse ha tutto, benessere e devozione, eppure la «mancanza» non gli dà pace. Calipso gli dice la verità: «Se tu sapessi quanti dolori ti è destino patire prima di giungere in patria,/qui resteresti con me…/e saresti immortale, benché tu voglia vedere/tua moglie, che ogni giorno desideri./Eppure mi vanto di non essere inferiore a lei». Ma la risposta di Ulisse è netta: «Lo so bene anche io/che Penelope/a vederla è inferiore a te per beltà e statura:/lei infatti è mortale, e tu immortale e senza vecchiaia./Ma anche così desidero e voglio ogni giorno/giungere a casa e vedere il dì del ritorno». Il ritorno è salvezza. E per noi?
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