Sotto l’influenza dei nuovi discorsi politici ci abituiamo a pensare che non tutti gli uomini siano uguali e che alcune vite valgano più di altre
Il 1989 era stato salutato come l’anno della fine delle ideologie. L’anno, cioè, in cui finalmente avevamo imparato a guardare in faccia la realtà, risolvendo pragmaticamente i problemi sociali senza gli occhiali distorti di un pensiero astratto e pregiudiziale. Ma, a 30 anni di distanza, non sembra proprio che quell’aspirazione si sia realizzata. Semplicemente perché, come disse il presidente americano Franklin Roosevelt, «gli uomini non sono prigionieri del destino ma di quello che c’è nelle loro menti». Guardiamo dapprima i decenni alle nostre spalle: non è forse stata ideologica la visione di una globalizzazione progressiva e uniforme, capace di renderci tutti liberi individui fluttuanti in un mondo a possibilità crescenti, garantito dalla liberalizzazione finanziaria? E non è forse per la pervicacia di tale ideologia che le politiche adottate nel post 2008 sono state così poco incisive?

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