di Simone Esposito
Io, Rita e i bambini stiamo rincasando. Dall’altro lato della strada, all’altezza del nostro portone, c’è un signore sulla cinquantina, forse indiano o pakistano, in tunica, molto distinto, che attraversa. Uno scooter che sta correndo troppo gli arriva quasi addosso, fa appena in tempo ad inchiodare. L’ uomo che lo guida si alza la visiera del casco ed esplode: “A pezzo demmerda, ma ndo cazzo vai, ma chi cazzo sei, me stavi a ffa’mmazza’, a stronzo”. Non prova nemmeno a scendere dal motorino: resta seduto a urlare contro l’altro uomo, a un metro dalla sua faccia. E gli sputa addosso, una, due, tre, quattro volte. Lo straniero è pietrificato: si prende tutti gli sputi senza una parola, senza una mossa, per quelli che non saranno stati più di quindici secondi ma che a me sono sembrati lunghi come quindici minuti, a lui forse quindici anni. Poi quello smette di sputare, rimette in moto, e scandisce lento e duro: “Adesso co’ Salvini avete finito, ha’capito mmerda, avete finito. Siete finiti”. Sgasa, stende il braccio, riparte e urla verso di noi: “Du-ce! Du-ce!”.
Siamo senza parole. Davide mi fa: “Perché quel signore gridava ‘Pulce Pulce’? Ha visto una pulce?”. Gli ho detto di sì. Ma ho mentito: perché quella pulce stasera si sentiva grossa e cattiva come uno squalo, e metteva paura.
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