
Erano «ribelli per amore», per dirla con le parole di Teresio Olivelli, partigiano cattolico, morto nel campo di Hersbruck. Cattolici e cattoliche che resistettero al fascismo e avviarono l’Italia verso la libertà e la democrazia.Enrico Mattei, capo partigiano e poi presidente dell’Eni, al primo congresso della Democrazia cristiana, nell’aprile del 1946, indicò in 65 mila su un totale di 130 mila il numero di coloro che, facendo riferimento in tutto o in parte al Vangelo, aderirono alla lotta partigiana, divisi in 180 brigate.Ma non fu solo questione di cifre. Alcuni di loro, da Giuseppe Dossetti a Benigno Zaccagnini, a Tina Anselmi, a Paolo Emilio Taviani a Ermanno Gorrieri, per stare solo ai nomi più conosciuti, diedero un contributo fondamentale per la ricostruzione materiale e morale del Paese.
Il 2 giugno, la data che consacra il passaggio dalla monarchia alla Repubblica, ma anche che insedia l’Assemblea costituente, li vide protagonisti, alla ricerca dei modi migliori per incarnare il sogno di un’Italia libera e giusta. I “professorini”– il gruppo dei giovani Giorgio La Pira, Amintore Fanfani, Aldo Moro, Giuseppe Lazzati, che faceva riferimento a Dossetti – lavorarono per dare all’Italia una democrazia inclusiva, una Carta costituzionale che mettesse tra i suoi principi irriformabili uguaglianza, solidarietà, lavoro.Che ponesse al centro la persona come valore assoluto, come teorizzava Emmanuel Mounier. Lo fecero dialogando con tutte le culture e trovando una sintesi alta che allontanasse il nostro Paese dagli orrori appena vissuti.
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