di Gennaro Matino
Caro Gesù bambino, sono felice che tra poco è Natale perché quando nasci tu, tutti sono allegri in tutto il mondo. A casa mia, però quest’anno siamo tristi e non stiamo tanto bene perché da poco ho perso il mio papà e non so a chi devo dare la mia letterina. Io ho tanto bisogno di un papà. Lo sogno sempre e mi sembra che è tornato, ma poi mi sveglio e non c’è più. Che dici, mi puoi prestare un poco il tuo? San Giuseppe è tanto buono e se ha voluto bene a te che non eri veramente il suo bambino, può voler bene anche a me”…
“Caro Gesù bambino, quest’anno ti prometto di essere più buono”. I bambini sono il Natale, mutano i tempi, le loro letterine resistono. Per fortuna. Qualcuno me le fa leggere prima di “spedirle”. Per me, padre diversamente padre, è un commovente privilegio. Le letterine si sono trasformate, le più antiche erano le più semplici, col passare del tempo sempre più elaborate. Alcune gonfie, altre traforate, ricordo le mie che si aprivano svelando rialzati i personaggi del presepe, vi erano raffigurati il Bambinello, i pastori, le pecorelle e un cielo blu stellato che sormontava il tutto sotto una cascata di porporina argentata.
Le più moderne, oggi, di cartoncino lucido raccontano di renne, un grasso Babbo Natale, abeti addobbati, pacchettini e ghirlande colorate. Il contenuto comunque resta poesia. La letterina veniva abitualmente depositata sotto il piatto del capofamiglia, a volte sotto l’albero di Natale o sul davanzale di una finestra, ma in tutti i casi, prima del pranzo di famiglia della vigilia, veniva letta pubblicamente. Ingenue e festose parole cariche di speranza, promesse di impegno e di cambiamento accompagnavano l’augurio di unità e di pace.
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