
di Maurizio Zuccari
Cent’anni fa, nella notte appena trascorsa, il mondo conobbe la maggiore e più imperitura rivoluzione di sempre: quella che portò all’instaurazione del comunismo in Russia. Anche se questo, formalmente, sarebbe stato proclamato solo dopo molti anni e un’altra guerra vinta. Non fu, come molte che l’avevano preceduta e l’avrebbero seguita, una notte di sangue. Anzi, soldati e operai nella fredda oscurità novembrina occuparono i punti nevralgici di Pietrogrado sparacchiando appena un po’. All’alba del 7 novembre (25 ottobre, secondo il calendario Giuliano presto abolito dagli insorti) erano di fatto padroni della città. Qualche resistenza in più s’ebbe al Palazzo d’inverno, preso d’assalto in serata, dove s’erano asserragliati i ministri del governo provvisorio – il premier Kerenskij no, se l’era già data a gambe come un Puigdemont qualsiasi – e più d’altri resistettero le volontarie del battaglione della morte sopravvissute all’ultima fallimentare offensiva contro i tedeschi, nell’estate, ma nel complesso fu poca cosa.
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