
di Luigi Alici
«Il caldo pioveva lentamente tra i rami delle agavi; il cielo azzurro della mattina si copriva rapidamente d’una coltre biancastra che rendeva l’aria più soffocante». Mi sono tornate in mente molte volte queste parole di Albert Camus, che, con un tocco magistrale, disegnano la cornice esterna del colloquio tra il dottor Rieux e padre Paneloux, nel romanzo La peste, ambientato nella città algerina di Orano. Il caldo opprimente e implacabile, in cui sembra come liquefarsi la tragedia della pestilenza, con il suo carico indifferenziato di vittime, non impedisce un confronto aspro e sofferto fra i due protagonisti, fatto di domande di senso troppo scomode, dinanzi all’assurdo di tante morti innocenti.
Anche senza agavi, la nostra interminabile estate atmosferica, nella monotonia assolata di giornate sempre sospese sotto un cielo bruciato, si è lentamente mangiata quasi tutte le promesse di libertà, di riposo, di incontri: ha preso in ostaggio le nostre vite, rallentando i movimenti, trasformando le case in soffocanti oasi protette, addirittura impadronendosi dei nostri discorsi, ossessionati dall’amplificazione mediatica delle previsioni e della temperatura percepita.
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