di Leonardo Becchetti
Sulla malattia del lavoro che non c’è, malattia che persiste nonostante la graduale ripresa del Pil e i segnali positivi evidenziati dall’Istat, ci giochiamo il futuro del nostro Paese e la stabilità del sistema politico. La piaga va ben oltre il pur elevato tasso di disoccupazione (elevatissimo nel Mezzogiorno e tra i giovani) e si estende in una contabilità riveduta e corretta agli scoraggiati che non cercano lavoro e agli involuntary part timers, ovvero a coloro che lavorano saltuariamente e vanno a ingrossare le file dei working poor (una categoria, inedita in passato, di persone che pur avendo formalmente un’occupazione non superano la soglia di povertà). La ferita è profonda e fa così male da produrre narrative semplicistiche e distorte sulla sua possibile soluzione.
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