di Alessandro D’Avenia
L’attenzione che i mezzi di comunicazione accordano all’esame di maturità è la conferma del fatto che rimane uno degli ultimi riti di passaggio, in un’epoca in cui trionfa anche sugli umani la visione prestazionale delle macchine: o funzionano o sono guaste, non c’è crescita. L’esame di maturità interessa perché mette a tema, almeno una volta all’anno, il tempo “inutile” in cui ci si può dedicare a pensare chi sia l’uomo, la sua origine, il suo destino, la sua felicità. Fuori invece prevale il grande meccanismo in cui l’io non deve crescere, ma semplicemente diventare l’oggetto di produzione di se stesso, l’io-prestazione sostituisce l’io-presenza, abbiamo valore nella misura in cui siamo capaci di procurarcelo con le nostre forze e quindi alla periferia dell’io: avere, apparire, fare.
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