Manchester: siamo tutti in guerra


2017-05-23t213803z_1163618276_rc16659ea7b0_rtrmadp_3_britain-security-manchester-k16f-upb70nw4t1jbajt-1024x57640lastampa-itdi Alessandro D’Avenia

Solo durante una guerra l’ordine naturale di una società è sovvertito e sono i padri che seppelliscono i figli, ma i padri sanno che questa è la regola cruda della guerra, perché alla guerra ci vanno i giovani.

 Non che questo lenisca il loro dolore e ripari l’assurdo, ma è la conseguenza della distruzione che l’uomo impone all’altro uomo, da Caino in poi.

Eppure in questa guerra frammentata che l’Isis sta imponendo al mondo, ieri siamo andati oltre. I padri non seppelliranno i figli andati alla guerra, ma i bambini e gli adolescenti, che alla guerra non ci vanno e che qualsiasi codice militare rispetta. Qui invece accade proprio il contrario: il semplice assistere a un concerto rende bambini e adolescenti impuri e degni di morte, trasformando un’arena musicale in un vero e proprio mattatoio. Il Bataclan aveva già portato l’immaginario della crudeltà oltre le nostre aspettative, colpendo ragazzi e giovani adulti, considerati impuri per la loro libertà da coetanei.

Ma alla Manchester Arena si è sceso un altro gradino, perché l’infamia è gettata sui più deboli: gli impuri sono bambini, che non sanno neanche cosa sia l’Isis, e adolescenti che, se lo sanno, non pensano che li riguardi. I loro genitori, se sono sopravvissuti, dovranno seppellirli: il loro futuro è spazzato via, la loro vita è spezzata, senza alcuna ragione plausibile e questo renderà la perdita ancora più dolorosa, perché dove il dolore non riconosce una logica, ammesso che una ne esista, la sofferenza si fa più cupa e mette radici difficili da estirpare.

Con coerenza sacrificale, direbbe Girard, l’invidia mimetica si scaglia contro chi porta i segni vittimari più evidenti: gli innocenti, i bambini. Gli assassini non sopportano la libertà di chi partecipa a un concerto e, poiché non sanno come procurarsela una libertà così semplice e innocente, esplode la violenza sacrificale con l’intelligenza precisa del male, richiesta dal confezionare una bomba efficace per quanto artigianale, nessun raptus di follia. La logica è quella di ogni violenza sacrificale: si elimina il possessore del bene irraggiungibile, attribuendogli la colpa di averlo. Siamo tutti bersagli, perché siamo tutti liberi: soprattutto i nostri figli.

In questo modo il messaggio supera ogni possibile valenza comunicativa e simbolica: si è colpevoli per il solo fatto di essere come siamo. È un terrore capace di generare in noi una paura che spezza ogni fiducia nella vita, nella solidità delle istituzioni, producendo un incremento di rabbia e sospetto, la cui misura non credo sia illimitata, a livello prettamente civile. Lo dirà la storia delle nostre città, dove in certi quartieri crescono i focolai della battaglia, con pseudo-cittadini mai integrati.

Non riesco inoltre a immaginare il dolore dei genitori delle vittime, di fronte al quale sono quasi del tutto privo di strumenti di comprensione o di accettazione, che forse invece possiede la generazione che ha conosciuto la violenza indiscriminata sui civili, perpetrata nelle guerre mondiali o dal terrorismo nostrano.

È una guerra a tutti gli effetti quella che subiamo, la cui logica, frutto di una ideologia simile ad altre che la storia ci ha mostrato, è: nessuno è innocente se non è dei nostri, neanche un bambino che esce contento da una festa, dopo aver ballato e cantato. Anzi proprio per questo anche lui è in guerra, senza saperlo. La sua libertà, la sua gioia, il suo essere al mondo, come promessa, come futuro, lo rende degno di morire. Un attacco così radicale alla dignità umana è «la» minaccia del futuro, e i fatti di ieri ne sono un simbolo oscuro, oltre ogni dire.


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