di Luigi Alici
Quando, dopo settimane di pressioni e disordini, il governo della Germania Est annuncia il 9 novembre 1989 la libera circolazione verso la Germania occidentale, il muro che per 28 anni aveva diviso in due la città di Berlino diventa di colpo un innocuo oggetto di souvenir. Con la caduta del muro di Berlino la strada per la riunificazione tedesca era aperta in modo ìirreversibile e sarebbe stata formalmente sancita il 3 ottobre 1990. Allora fummo in molti a leggere in quell’evento – comunque di incalcolabile portata storica – il simbolo di una svolta epocale e irreversibile, che avrebbe portato con la sé la fine della guerra fredda e il cosiddetto tramonto delle ideologie. Promulgando l’enciclica Centesimus annus nel 1991, nel centenario dellaRerum novarum, Giovanni Paolo II, che non era stato mai tenero con il comunismo, mise in guardia profeticamente contro il dilagare di un capitalismo selvaggio che avrebbe potuto generare nuovi e ancor più gravi problemi.
Nel frattempo, ci troviamo di fronte a singolari paradossi: è sostanzialmente morto l’unico nemico, esterno e compatto, del capitalismo e ne sono spuntati come funghi molti altri, riconoscibili e nascosti, esterni e interni. La promessa di un mondo globale si sta capovolgendo nella proliferazione di tante piccole tribù; l’illusione di vivere in unico, megavillaggio planetario si scontra con l’incapacità di capirsi e condividere i fondamentali del vivere insieme, in cui il nascere e il morire, il matrimonio e la procreazione, l’ospitalità e la solidarietà sembrano variabili impazzite di una nuova Babele.
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