di Francesco Daveri e Mariasole Lisciandro
Il dibattito sul Ttip si concentra attorno alle ipotetiche minacce alla democrazia o alla tutela dei consumatori e dell’ambiente che deriverebbero da una eventuale firma. Molto più utile sarebbe invece un approccio pragmatico, che punti per esempio alla difesa delle denominazioni di origine.
Se anche un guru dei nostri giorni come Joe Bastianich è stato chiamato a dire la sua sull’eventuale invasione delle carni americane in Europa, allora il dibattito italiano sul Ttip ha un problema.
Ttip sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership, accordo di libero scambio – su cui trattano Stati Uniti e Unione Europea – che punta alla liberalizzazione del commercio e degli investimenti tramite l’abbattimento dei dazi residui (già molto bassi) e delle barriere non tariffarie, ossia delle regole che ostacolano il commercio tra le due parti. Il problema non è tanto il fatto che ci siano le regole (si tratta molto spesso di norme a tutela del consumatore, della salute e dell’ambiente), quanto che siano così diverse tra i due partner. Non è un segreto che le sensibilità regolamentari siano molto diverse sui due lati dell’Atlantico ed è proprio questo a preoccupare i più che temono gli esiti di un accordo al ribasso.
Ttip sta per Transatlantic Trade and Investment Partnership, accordo di libero scambio – su cui trattano Stati Uniti e Unione Europea – che punta alla liberalizzazione del commercio e degli investimenti tramite l’abbattimento dei dazi residui (già molto bassi) e delle barriere non tariffarie, ossia delle regole che ostacolano il commercio tra le due parti. Il problema non è tanto il fatto che ci siano le regole (si tratta molto spesso di norme a tutela del consumatore, della salute e dell’ambiente), quanto che siano così diverse tra i due partner. Non è un segreto che le sensibilità regolamentari siano molto diverse sui due lati dell’Atlantico ed è proprio questo a preoccupare i più che temono gli esiti di un accordo al ribasso.
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