di Alessandro D’Avenia
Oggi mi è capitata una supplenza di un’ora e me la sono giocata come sempre: vediamo cosa imparo in un’ora da ragazzi che non conosco e probabilmente non vedrò più. Così mi sono fatto raccontare i loro momenti di “rapimento” nel corso di questi anni. I momenti in cui si sono sentiti a casa, perché paradossalmente il richiamo del mondo reale li ha rapiti e riportati dentro loro stessi facendoli esclamare: questa è casa, questo è come vorrei abitare il mondo. Uno di loro mi ha parlato dello sci alpinismo e il contatto con il silenzio della montagna, una di loro del deserto in Mauritania dove ha passato alcune notti, un altro mi ha parlato dei Lençóis Maranhenses, le “Lenzuola” dell’area desertica di Maranhão in Brasile, dalla caratteristica sabbia bianca che si riempie di pozze di acqua piovana purissima e che si affaccia sul mare. I ragazzi cercano il contatto con una natura che racconta l’infinito e con la sua bellezza schiacciante richiama ad una purezza al tempo stesso vergine, indomabile e pericolosa. Il lunedì è un giorno per molti pesante, io invece sono uscito da quella classe come loro si sono sentiti in quei luoghi: mi sono sentito a casa. Con i ragazzi e con i loro cuori malinconicamente assetati di infinito e di purezza, io mi sento a casa.
Ne ho approfittato per raccontare loro che la stessa cosa accadde a Leopardi e quel giorno divenne poeta: “Quando io vedo la natura in questi luoghi che veramente sono ameni e in questi tempi specialmente, mi sento così trasportar fuori di me stesso, che mi parrebbe di far peccato mortale a non curarmene, e a lasciar passare questo ardore di gioventù e a voler divenire buon prosatore e aspettare una ventina d’anni per darmi alla poesia” (G.Leopardi, Lettera a Giordani, aprile 1817 – 18 anni)
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